“Glorie che brillano più che mai”: Castelfranco Veneto omaggia i suoi eroi sportivi

Non vecchie glorie, ma glorie del passato che brillano ancora più che mai. Con queste parole di Maria Teresa Sordi si è aperta ufficialmente la serata dedicata ai campioni di Castelfranco Veneto che si sono distinti in differenti discipline sportive. Alessandro Ballan, Matteo Tosatto, Aldo Beraldo, Massimo Borghetto, Luciano Pellizzari, Anna Cocco, Elena Zago, Francesco Guidolin, Alberto Pisani, Gigi Pirollo, Giampaolo Garbuio e Sonia Crosetta si sono alternati sul palco del Teatro Accademico, ricevendo la rispettiva targa celebrativa e raccontando alcuni momenti vissuti nel corso della loro carriera di successo. Presente come ospite d’onore anche Moreno Argentin, campionissimo del ciclismo e “papà” della Adriatica Ionica Race, alla sua 4^ edizione. Assenti Matteo Barbesin (kickboxing) e Orlando Bonaldo (canoa) per impegni pregressi, stesso discorso per Luigino Freschi (salto in alto) sostituito dal figlio Niccolò. Nel corso delle giornate dedicate alla Festa dello Sport non poteva mancare un omaggio a questi grandi sportivi castellani.

Campioni di ciclismo

“Ciò che avete fatto rimane nella memoria delle future generazioni. I risultati raggiunti non arrivano senza sacrifici, questi sono gli esempi positivi ed i modelli che servono ai ragazzi d’oggi” ha sottolineato il sindaco Stefano Marcon in apertura. Spazio poi ai protagonisti, iniziando dall’ex ciclista Alessandro Ballan, vincitore del Giro delle Fiandre l’8 aprile 2007 (giornata raccontata da Marco Balestracci, il ‘cantastorie’ sportivo) e campione del mondo in linea individuale nel 2008. Il legame profondo con la sua città non s’è mai interrotto. “Ho avuto la possibilità di andare all’estero, ma non ho mai voluto: mi è sempre piaciuta Castelfranco e mi piace ancora adesso, oltre al fatto che mi ha dato tantissimo.” Matteo Tosatto attualmente è direttore sportivo della squadra inglese Ineos, forte della sua esperienza da campione delle due ruote: da sottolineare 34 partecipazioni ai grandi giri, col record di 28 di questi completati (tra Giro d’Italia, Tour de France, Vuelta de España). Due ruoli con una caratteristica in comune: “L’adrenalina che ti mantiene giovane magari non fisicamente, ma mentalmente sì.” Balzo indietro nel tempo con Aldo Beraldo, professionista dal 1962 al 1969. “Il ciclismo attuale è anni luce avanti a quello di allora, ma meglio così!” ha sottolineato.

Campioni di basket, pattinaggio, rally

Si passa poi al basket: Luciano Pellizzari è stato a lungo il capitano della AP Castelfranco, iniziando da 18enne in un momento non semplice. La squadra era appena retrocessa in serie D nonostante le premesse favorevoli. Sono scappati tutti e mi sono ritrovato io per una missione impossibile con ragazzi di 17-18 anni.” Dopo 20 partite perse ed il salvataggio in extremis, la risalita fino alla serie B, in cui sono rimasti per anni. Massimo Borghetto invece è nato sportivamente a Castelfranco, per poi realizzare gran parte della sua carriera a Mestre. E, nonostante i 66 anni, non ha ancora finito… “Di basket ora guardo solo le partite, mi sono dedicato al ciclismo: sono iscritto alla squadra dell’AVIS.” Tocca al pattinaggio con due campionesse: Anna Cocco ed Elena Zago, capaci di distinguersi a livello italiano, europeo e nel caso della prima anche mondiale, oltre ad essere insegnante ed allieva. “Elena è stata da subito una grande lavoratrice, oltre ad ascoltare sempre i consigli” ha sottolineato Cocco. La parola passa poi a Zago: “Anna è stata la mia fortuna, così come lo è stato anche la mia famiglia.” È il turno poi del campione di rally Gigi Pirollo: una lunghissima e vincente carriera da copilota non ancora conclusa, vissuta con lo spirito di sempre: “L’avversario dev’essere massacrato, non esiste arrivare 2°!”

Campioni di calcio, atletica, judo

Si passa al calcio, il primo della lista è Francesco Guidolin: ex calciatore, salito agli onori delle cronache soprattutto una volta diventato allenatore, capitolo di successo chiuso nel 2016. Con alcune confessioni: “Sono stato a Udine per 5 anni, se avessimo dovuto cambiare città saremmo andati lì. Ma casa è sempre Castelfranco.” Non solo: “All’estero si vive meglio dal punto di vista sportivo, non c’è la pressione che c’è in Italia.” Alberto Pisani è stato un personaggio importante del Giorgione Calcio, prima da atleta e poi come allenatore, passando poi a tante altre squadre. “Non ero un bravo giocatore” ha confessato. “Sapevo quali erano i miei limiti, ma forse li ho capiti un po’ tardi, anche se mi sono ritagliato alcune belle soddisfazioni.” Protagonista l’atletica leggera con l’ex velocista Giampaolo Garbuio, sempre attivissimo in ambito sportivo. “Organizzatore e sempre appassionato di sport”, come si è definito. La lista si chiude con Sonia Crosetta, campionessa di judo ed ora insegnante tecnico, affiancata sul palco dal suo maestro Renzo Ondei. Un cambio di ruolo per “Trasmettere ai giovani un po’ di tutto ciò che mi è stato insegnato”, come ha sottolineato Crosetta.

Dal ciclismo alla politica, la sfida di Matteo Busato: “Occasione da cogliere al volo”

Continua la carrellata degli ‘articoli mai pubblicati’. Una breve chiacchierata con un giovane ex ciclista, ora impegnato in politica, con un occhio di riguardo per lo sport.

Dal ciclismo ad alti livelli all’impegno politico per il comune di Resana. Matteo Busato ha corso come professionista per cinque anni fino al 2020. Osservando il suo curriculum, d’obbligo citare il secondo posto al Giro d’Italia nell’edizione 2015, ma anche il secondo posto al Memorial Marco Pantani nel 2016. Da due anni ha lasciato la bicicletta (ma solo a livello agonistico), ora l’atleta originario di Castelfranco Veneto si lancia con grande entusiasmo in questa nuova avventura. Il suo nome figura tra quelli dei dodici candidati consiglieri della lista civica “Impegno per Resana si muove”.

Quella di Stefano Bosa, sindaco uscente ma candidatosi nuovamente per le elezioni comunali del prossimo 12 giugno. Da parte di Busato non manca certo l’apprezzamento per il lavoro di Bosa, a cui segue la decisione di affiancarlo. Ma da ex sportivo ad alti livelli, chiaramente il suo maggiore interesse va verso quel settore. L’intenzione è soprattutto trovare un modo per calamitare l’attenzione sul mondo dello sport da parte dei giovanissimi, per Busato una necessità ancora maggiore dopo il periodo segnato dall’esplosione della pandemia da Covid-19. Lo sport è una palestra di vita ha sottolineato in merito.

Sport e giovani

“A me è sempre piaciuto far parte di Resana, nel senso di comunità, ma col mio lavoro non riuscivo ad essere molto presente” ha dichiarato Matteo Busato. Ecco quindi la scelta di accettare la proposta fattagli da Stefano Bosa, sindaco uscente e candidato alle prossime elezioni comunali. “Ci conosciamo bene e sa come lavoro io: mi ha offerto quest’occasione e l’ho colta al volo. Ho visto che in questi ultimi anni ha lavorato più che bene, quindi affiancarlo è un onore.” Obiettivi chiari per Busato: “Cercherò di portare delle idee nuove, soprattutto legate ai giovani.” In particolare riguardo lo sport, un argomento che per ovvie ragioni gli sta molto a cuore.

L’obiettivo è cercare di riavvicinare i ragazzi alle discipline sportive, soprattutto in questo periodo. “La comunità giovanile è stata un po’ messa da parte tra Covid ed altre problematiche che non hanno aiutato la convivialità. I ragazzi si sono un po’ impigriti, è ora di tirarli fuori dalle case.” Matteo Busato spiega poi la sua idea: “Per prima cosa bisogna andare nelle scuole, magari con qualche sportivo conosciuto. Servono poi eventi nelle piazze per avvicinare i giovani. Abbiamo dei palazzetti ben strutturati, dei campi sportivi fatti bene e nuovi, quindi bisogna approfittarne.” Con grandi ambizioni. “Chissà che non esca qualche campione. Un giovane in grado di far conoscere l’ambiente ed il territorio. Bisogna spingere per questo.”

Castelfranco Veneto rossonera per una sera

Un esperimento, un trafiletto per raccontare brevemente la mia città dopo lo scudetto del Milan. Un’invasione di rossoneri come non avevo mai visto. Un piccolo racconto meno giornalistico ma più personale, con foto che forse dicono più di tante parole.

Alle 18:00 di domenica 22 maggio 2022, dopo una giornata dedicata alle cinque gare del campionato JuniorGP, scatta la partita decisiva, determinante. Per la verità non l’ho guardata, anche per scaramanzia, preferendo concentrarmi su altro. Alla fine Sassuolo-Milan finisce, 0-3 con doppietta di Giroud e terzo gol di Kessié, tutti nel primo tempo, e poco importa ormai cos’ha fatto l’Inter. Fuori dalla finestra ecco che le ‘celebrazioni’ iniziando con qualche timido clacson, per poi placarsi e riprendere in seguito. Dopo cena, quand’è ancora chiaro, decido di dare un’occhiata.

casteo rossonera (1)

La mia solita passeggiata serale prende un’altra piega, voglio proprio vedere che combinano in Piazza Giorgione. Certo non credevo ci fossero così tanti rossoneri nella mia città… Ma forse dopo 11 anni senza risultati era anche comprensibile, non c’era molto da festeggiare. Non sono molto lontana dal centro, ma dopo pochi passi mi imbatto già nel carosello di macchine attorno al fossato del castello, con il clacson a palla e le bandierone al vento fuori dai finestrini. Oltre alle maglie del Milan comparse addosso a ragazzi, ragazze, uomini, donne e bambini, nessuna età esclusa. Dall’interno del castello poi compare una marea umana di rossoneri.

casteo rossonera (2)

Che bella Castelfranco Veneto, per la prima volta da tempo è ridiventata una città viva e colorata. Bandiere rossonere e italiane che si intrecciavano per le strade, un raduno spontaneo in centro, una festa che ha unito tutti ed alleggerito un po’ un clima decisamente appesantito dopo gli eventi degli ultimi anni. Canti, balli, sfottò, il centro affollato come non mai grazie alla grande folla di milanisti. Cambierà qualcosa nella vita di tutti i giorni? Decisamente no, ma per una sera vedere qualche sorriso in più è stato certo un segnale incoraggiante.

casteo rossonera (3)

“La ragazza delle arance”: la semplicità ed il ricordo

Il rammarico di un padre purtroppo gravemente malato che non può veder crescere il figlio, né quindi potrà mai arrivare a farci due chiacchiere da uomo a uomo. Decide quindi di pensare ad un metodo alternativo per parlargli nonostante tutto, per raggiungere la versione del figlio che non arriverà a vedere. E decide di farlo attraverso la storia più bella che gli sia capitata nella vita, ovvero “La ragazza delle arance”. Un libro di Jostein Gaarder che merita di essere letto e che a me particolarmente ha toccato molto. In un certo senso ho invidiato la prima persona del racconto…

La trama

Una storia iniziata un giorno per caso in un tram: l’allora giovane protagonista e lei, un’altrettanto giovane ragazza con questo grosso sacchetto di arance in braccio. Una mossa maldestra di lui e succede un disastro, ma è solo una sorta di punto di partenza. Qualcosa li ha colpiti nel profondo: si osservano, si cercano, si ritrovano, seguendo quello che diventerà sempre più il loro punto d’incontro, le arance. Una storia semplice ed intensa, una favola purtroppo non destinata a durare in eterno, ma che non dev’essere dimenticata. Il genitore si sente prossimo alla partenza senza ritorno e si apre completamente con la versione futura del figlio, gli racconta ogni dettaglio, ogni pensiero su questa “ragazza delle arance” che gli ha catturato il cuore. Ed il giovane darà vita ad una storia a quattro mani: il racconto del padre ormai scomparso intervallato dai suoi pensieri, due esseri umani che riescono così a ‘parlarsi’ a distanza di 11 anni. Uniti per la prima volta, nonostante la distanza incolmabile, nel ricordo di una storia d’amore tanto semplice quanto intensa ed irripetibile.

Come si fa a non dimenticare?

Con parole semplici e frasi brevi, Jostein Gaarder ha creato una favola moderna, di una dolcezza disarmante. L’importanza della memoria, un’eredità importante tramandata ad un figlio, un insegnamento postumo, un piccolo contributo in una crescita in cui purtroppo è mancato un perno importante, che non potrà mai essere ritrovato. Ho detto all’inizio che invidiavo il protagonista, c’è un motivo. Quando avevo 10 anni sono rimasta senza madre, vittima anche lei di una grave malattia che aveva già fatto capolino molto tempo prima, per poi ripresentarsi ancora più crudelmente. Il finale l’ho già anticipato. Il punto è che, nonostante non fossi così piccola di età, di testa lo ero davvero. E solo molto tempo dopo ho iniziato a domandarmi chi era davvero lei, qual era il suo punto di vista, se almeno lei mi avrebbe mai capito. E avrei voluto davvero che mi avesse lasciato un scritto, qualcosa di ben più personale degli appunti scribacchiati sulle agende che teneva nel cassetto. In un certo senso, provare a parlarle, anche se a posteriori. Il ragazzino de “La ragazza delle arance” questa fortuna l’ha avuta: un punto saldo, una parte del passato per guardare ad un futuro effimero, ma tutto ancora da scrivere.

Operazione accoglienza: la Caritas Treviso si muove per l’Ucraina

Premessa: continua la carrellata di pezzi mai pubblicati a livello locale. Conservo così un altro dei miei ‘esperimenti’ in questo blog personale. Diciamo che mi tengo in esercizio. Buona lettura.

Non è una gara a chi arriva primo, né a chi è meglio degli altri. Si tratta di camminare insieme, per non lasciar cadere i nostri fratelli.” Le parole di don Davide Schiavon, presidente della Caritas di Treviso, esprimono bene il progetto di accoglienza che sta prendendo forma, in sostegno alla popolazione ucraina in fuga dalla guerra. Un’emergenza esplosa in pochissimo tempo, al quale è necessario porre rimedio. L’incontro svolto mercoledì 23 marzo al Centro Don Ernesto Bordignon di Castelfranco Veneto, il primo in presenza dopo quello online, ha tracciato le prime linee guida per dare il via a questo processo nella Diocesi di Treviso, alla presenza soprattutto di referenti delle parrocchie, le prime chiamate in causa in questa emergenza, ma anche di alcuni privati. Don Davide ed Erica, una delle referenti della zona di Castelfranco, hanno esposto le prime direttive in questo senso, per un’accoglienza di comunità e che certo non sarà “lampo”, ma per forza di cose si parla di medio-lungo termine.

ACCOGLIENZA COMUNITARIA

Non è importante manifestare o sventolare le bandiere. È necessario invece mettersi davvero in gioco, sul principio fondamentale della gratuità.” Il presidente della Caritas Tarvisiana sottolinea quindi la necessità di gesti concreti, senza farsi trasportare dall’emotività ma con criterio. Mettendo il punto sul fatto che si tratta di persone, precisamente donne, bambini ed anziani, in fuga non per scelta, ma perché costrette. Un progetto di accoglienza che dev’essere comunitario. “Dobbiamo interfacciarci con 4 prefetture, 5 ASL e 4 uffici scolastici provinciali. Il tutto suddiviso in cinque aree diverse: la castellana, Treviso, San Donà, Mirano-Noale e Montebelluna.” Servirà poi qualche carta per far partire il procedimento. “Sarà necessario far pervenire il verbale del Consiglio Pastorale, firmare un accordo per definire ciò che farà la realtà diocesana, più un’autocertificazione dei carichi penali, questo per i tantissimi minori.” Delle 2200 persone attualmente arrivate infatti circa 1200 sono minori, 600 dei quali di neanche 12 anni.

PRIME DIRETTIVE

La parola passa poi a Erica, che con Roberta e Riccardo è chiamata ad essere un operatore di riferimento di Castelfranco. “È fondamentale curare la prima accoglienza: non dobbiamo improvvisare, ma prepararci a fornire luoghi dignitosi.” Per questo verrà inviato un format a tutti colori che lo richiedono per maggiori informazioni in tal senso. “La richiesta di accoglienza viene gestita dalla prefettura, che poi ci contatta. In questo momento, per facilità, stiamo privilegiando le accoglienze nei locali parrocchiali.” Si passa poi ad un discorso più pratico, partendo dal tampone alla tessera sanitaria provvisoria (STP) alle cure mediche. “Per la STP bisogna contattare la SISP. In caso di cure specifiche ci sarà un confronto con la Caritas diocesana ed un fondo apposito per far fronte alle spese.” Dall’UCI poi ci sono garanzie per fornire polizze di frontiera a titolo gratuito per chi è fuggito con veicoli di proprietà, ma c’è anche il diritto allo studio da garantire. L’inserimento però richiede tempo e per motivi precisi. “I cicli scolastici sono molto diversi e serve poi controllare lo stato vaccinale dei ragazzi. Oltre al fatto che molti insegnanti continuano in DAD nonostante la situazione. È un legame significativo, che non dobbiamo scavalcare.” Ma si pensa anche agli adulti, ovvero persone dai 18 anni in su, prevalentemente donne. “Stiamo attivando degli accordi con i CPIA per realizzare dei corsi di italiano a livello territoriale, con certificazioni A1, A2 e B1, in classi di 8-18 persone ed in spazi adeguati.” Un programma esteso, basandosi purtroppo su una triste realtà. “La consapevolezza drammatica di una realtà stravolta. Bisogna essere lungimiranti, creando criteri che siano sostenibili nel tempo.”

L’eterno fascino dei burattini: intervista a Paolo Papparotto

Premessa: più di un mese fa avevo realizzato questa intervista per Il Gazzettino come premessa allo spettacolo “Arlecchino e la casa stregata” realizzato al Teatro Accademico di Castelfranco Veneto il 27/02. Purtroppo non è stato mai pubblicato. Essendo una chiacchierata che mi è piaciuta particolarmente, ho deciso di riportarla qui nel mio blog personale. Una variante: non si tratta di libri ma di burattini, qualcosa che ho sempre ammirato particolarmente, non saprei dire perché. Buona lettura.

Il fascino immortale dei burattini. Lo sa bene Paolo Papparotto, ex impiegato al centro elaborazione dati in regione ora in pensione, ma soprattutto burattinaio da oltre 40 anni, con la stessa passione di quando li ammirava da bambino. Una passione che, nonostante gli stop forzati, sopravvive al Covid e che continua a ricevere anche dal suo pubblico, che si tratti di bambini o di adulti. Domenica 27 febbraio alle 16:00 il Teatro Accademico di Castelfranco Veneto ospita uno dei suoi spettacoli, “Arlecchino e la casa stregata”, con protagonista ovviamente il suo tanto amato personaggio in maschera. Un evento per grandi e piccoli, per regalare ancora quella magia senza tempo che solo i burattini riescono a trasmettere.

L’INIZIO

Sono il più vecchio burattinaio del Veneto. Prima di me non c’erano burattinai veri, o meglio qualcuno sì, come Beppe Pastrello, ma tanti non li conoscevo, quindi non ho potuto imparare da loro. Ho imparato da me perché ho deciso di mettermi a fare i burattini, mi piaceva l’idea e mi sono buttato. È dal ‘79 che faccio il burattinaio, quindi sono ben 43 anni! Avevo iniziato andando a vedere alcuni spettacoli, principalmente a Cervia, in cui c’era il festival più importante all’epoca. Lì ho cominciato a vedere altri burattinai, come si muovevano, e ho imparato così, osservandoli ed inventandomi come fare i personaggi. I miei preferiti erano Pulcinella e Punch&Judy [Punch è la derivazione inglese della figura di Pulcinella].

La struttura è una baracca piccola e il burattino è una figura forte che parla con i bambini, in maniera molto gioiosa: mi sono detto che volevo proprio fare quello. Essendo però di Treviso non potevo fare Pulcinella, veniva malissimo, quindi ho puntato su Arlecchino e ho scoperto così che era un vero universo: mentre Pulcinella lavora da solo col suo mondo, Arlecchino è sempre all’interno della commedia, essendo una maschera della Commedia dell’Arte, accanto ad altri personaggi ben costruiti con la loro storia. Arlecchino è molto più esplosivo ed espansivo, mi è piaciuto decisamente di più.

LO SPETTACOLO

All’epoca i burattini veneti si legavano molto al modo di fare degli emiliani, dalla tradizione molto forte e ricca, capaci di superare la crisi del dopoguerra. Prima i burattinai erano dappertutto, poi con la diffusione dei cinema questa professione aveva cominciato a morire, sopravvivendo soprattutto in Emilia-Romagna. Ma l’Italia è straordinaria in questo senso, visto il grande numero di tradizioni differenti sviluppatesi sul territorio: burattini napoletani, emiliani, bergamaschi, piemontesi, finalmente anche veneti. Ma in Veneto la grande fortuna è l’opportunità di potersi rifare alla Commedia dell’Arte, ciò che ho cominciato a fare fin da subito: sono 40 anni quindi che studio e sviluppo personaggi tratti da questa tradizione.

Con i bambini in particolare utilizzo Arlecchino come ‘frontman’, con Brighella suo socio, ma uso anche Pantalone, Colombina e tutti gli altri. Oltre al fatto che parlo con i bambini, ho adottato questo stile: loro intervengono e mi dicono cosa fare o cosa no, con Arlecchino che quindi diventa un personaggio ancora più forte. Ma faccio anche spettacoli per adulti: per esempio, sto finendo di prepararne uno da mettere in scena vicino a Pordenone per la Giornata internazionale dei Burattini [il 18 marzo], chiamato “Pantalone memento mori”.

ARLECCHINO E LA CASA STREGATA”

Lo porto praticamente dovunque da trent’anni, è uno dei miei punti forti, ma certamente non è nato così com’è adesso. Si è evoluto, ogni volta che fai lo spettacolo incontri un pubblico che ti cambia le carte in tavola: è questo il bello dei bambini. Tanto tempo fa ad esempio, non ricordo quando, l’abbiamo fatto ogni giorno a Rimini ed a Riccione per un anno: i bambini ci seguivano per rivederlo e ci dicevano le battute, cosa cambiare, come interpretare… Sottolineo che si trattava di bambini di Chernobyl, che comunque avevano capito le battute e le dicevano in italiano.

È uno spettacolo basato sulla baracca piccola, che va dappertutto, e c’è questo rapporto molto forte coi bambini, molto interattivo. La base è sempre la paura, la casa stregata e quindi abitata dai fantasmi, quindi poi bisogna mettersi d’accordo coi bambini per capire se dovevano avere paura. All’inizio dello spettacolo infatti io vengo sempre fuori per capire le ‘regole del gioco’.

IL FASCINO DEI BURATTINI

Quando si tratta di spettacoli per adulti invece può capitare o che se ne freghino, o che siano esigenti. Nel secondo caso puoi metterci in mezzo qualcosa di più articolato, che faccia pensare un po’ di più, che lo colgano o meno. Con i bambini invece la soddisfazione è che li fai gridare: se ci riesci hai fatto un bello spettacolo e loro sono contenti.

In epoca attuale i burattini vengono sempre molto apprezzati, sia dai bambini che dagli adulti. Sono molto seguiti, la disponibilità è notevole: se hai 100 persone per uno spettacolo teatrale, per i burattini nei hai 300, compresi però i genitori quindi degli adulti. Questo nonostante ci sia tanta gente prevenuta, con tanti adulti ed organizzatori lo ritengono solo qualcosa per i bambini. Ma se vengono agli spettacoli si ricredono!

L’ATTUALITA’

Non ci sono tanti burattinai, ma sono organizzati: c’è l’UNIMA, l’unione internazionale marionettisti, con più paesi aggregati dell’ONU, che ci fa da ombrello culturale. Per fortuna ci sono nuove leve che stanno crescendo: io ho cominciato a 25 anni, ora ci sono pochi giovani ma buoni. Quando ho cominciato io c’è stato come un boom, tutti volevano fare i burattinai, poi un po’ alla volta hanno smesso e siamo rimasti quelli che siamo. Ma senza boom c’è comunque un buon nucleo di burattinai giovani che portano avanti la tradizione italiana. Ce ne sono anche all’estero, ho tanti amici in Facebook tra egiziani, spagnoli, indiani, cinesi, cileni… Da tutto il mondo. Non ci conosciamo di persona, ma ci mandiamo foto ed informazioni, è piacevole: è una fratellanza che si sente.

Foto: Paolo Papparotto

La libreria Ubik e la vetrina giallo/azzurra per l’Ucraina

Premessa: questo è un articolo che ho scritto per un giornale locale, un pezzo però che quasi sicuramente non verrà mai pubblicato per nuove direttive. Ho avuto una chiacchierata con “il capo” di questa libreria, Clara Abatangelo, per farmi raccontare com’è nata l’idea di questa vetrina a tema, e questo è il risultato, che volevo comunque pubblicare da qualche parte. Buona lettura.

La guerra tra Russia ed Ucraina ha chiaramente sconvolto tutto il mondo, che si sta muovendo per aiutare la popolazione. Non mancano anche iniziative locali, volte a mostrare solidarietà per quello che sta accadendo. La Libreria Ubik di Castelfranco Veneto ha deciso di mandare un segnale in questo senso, sistemando in maniera particolare la sua vetrina espositiva. Novanta libri disposti in bella evidenza, tutti con due caratteristiche fondamentali: le copertine azzurre o gialle, ovvero i due colori presenti sulla bandiera dell’Ucraina. In aggiunta, possiamo anche osservare un foglio attaccato appena sotto il nome della libreria, un foglio bianco con un semplice disegno di un cuore azzurro e giallo. Una maniera per esprimere la propria vicinanza al popolo ucraino.

Visto il periodo carnevalesco, il piano iniziale per la vetrina era ben diverso. “L’idea era di disporre i libri assieme a delle mascherine chirurgiche colorate” ha raccontato Clara Abatangelo. “Volevamo scrivere qualcosa riguardo alla speranza che fosse l’ultimo Carnevale in mascherina invece che in maschera, pensando soprattutto ai bambini. Dopo due anni di Covid è stato bello vederli passare davanti alla libreria per farci vedere i vestiti.” Ma le immagini del conflitto hanno portato a cambiare. “Strideva troppo. Così abbiamo cercato dei libri con le copertine che ci servivano, perlopiù per bambini su pace, amicizia, lealtà, oppure romanzi. Anche perché non ci sono molti libri sulla storia dell’Ucraina, e non sono né gialli né azzurri.”

Realizzando così la nuova vetrina venerdì notte [tra il 25 ed il 26 febbraio, ndr]. “Continuavamo ad uscire, abbiamo fatto parecchie prove per essere certi che venisse bene.” Come detto, è stato appeso anche il disegno di un cuore azzurro e giallo. “Ho chiesto a questa bambina di sette anni, in quel momento presente in libreria, di disegnarmi un cuore.” Un gesto volto a mandare un messaggio chiaro. “Il sindaco di Asolo per esempio si sta muovendo per creare un sistema di aiuti. Ci stiamo organizzando, questo però è già un modo per dire “Fermatevi”.”

“Stargate”, alla scoperta di un altro mondo

Un giochetto che mi piace particolarmente è legare libri a film. Esempio: leggere il libro e scoprirne il film che ne è stato tratto, se esiste. Oppure il contrario, quando vedo un film tratto da un libro (fedelmente o liberamente) sento l’irresistibile curiosità di scoprirlo. Con “Stargate” rientro decisamente nella seconda categoria. Conosco a memoria il film, anche se sono riuscita a rintracciare il dvd solo di recente, non conoscevo invece il libro ed ero molto curiosa di vedere le differenze.

Diciamo che per una volta sono pochissime. Sarà perché è stato scritto da Dean Devlin e Roland Emmerich, gli stessi che hanno poi dato vita al film. Quasi una sorta di “traccia”, in cui la magia è esattamente la stessa, chiaramente con dettagli in più che non sempre possono essere riportati sul grande schermo (la durata totale si allungherebbe e non di poco). La storia inizia nell’8000 a.C. in Africa, introducendo un ragazzo ‘diverso’ da tutti gli altri della sua tribù, dal destino che conosceremo solo ben più avanti.

Un breve antefatto per poi passare al 1928: siamo a Il Cairo, un giorno viene ritrovato un gigantesco anello di un materiale che non esiste sulla Terra, assieme (tra le altre cose) ad un cartiglio con segni ignoti. Catherine, figlia di nove anni del professor Langford, uno degli autori della straordinaria scoperta, giura a se stessa di venire a capo di tutto questo, dedicando la sua intera esistenza alla ricerca. Passano decenni ed arriviamo ai “giorni nostri” a Los Angeles: incontriamo Daniel Jackson, accanito studioso di egittologia, quindi un luminare in questo campo, se così possiamo dire.

Ma è un giovane detestato per le sue conclusioni “eccentriche”, “da fuorviato”, sulla storia dell’Antico Egitto. Finché Catherine, ormai anziana signora ma presente ad una delle sue conferenze (risoltasi con la classica presa in giro da parte degli eminenti professori presenti), non vede in lui la possibilità di risolvere ciò che sta studiando da tantissimo tempo. Daniel ci riesce: scopriamo così la Porta delle Stelle, lo Stargate: una volta avviato, questa incredibile tecnologia che lo muove porterà lui ed un gruppo di militari dall’altra parte dell’universo conosciuto.

Qui inizia però un’avventura ben diversa dalle previsioni: alla ricerca della ‘combinazione’ per riavviare l’anello e tornare sulla Terra, gli uomini scoprono un nuovo mondo, un popolo primitivo, ma anche il destino di quel ragazzo citato all’inizio del libro. Un giovane destinato a grandi cose, ma allo stesso tempo terribili. Una scrittura che tiene incollati fino alla fine, un vero classico del genere, consigliatissimo per tutti gli amanti della fantascienza.

“Echi di pensieri”: commenti, interviste, recensioni

“Si fa sempre fatica ad investire in uno scrittore esordiente, spesso si punta su “nomi noti”. Nel settore della poesia poi è ancora più complicato. Ma ho voluto fare un tentativo.” Torno a parlare della mia creaturina “Echi di pensieri” con questo estratto di un’intervista che ho realizzato di recente. Non è una critica a chissà chi eh, sia chiaro, ma solo una constatazione di quanto sia difficile emergere partendo dal nulla. Ma ci sto comunque provando, chiedendo chiaramente qualche aiuto a persone ben più esperte nel settore per un po’ di pubblicità in più.

Mi fa comunque piacere avere qualche citazione, qualche post social o qualche articolo che parla del mio libro di poesie. L’emozione più grande è stata certo l’essere andata al Salone del Libro di Torino per parlarne con la mia casa editrice, piccola parte di un mondo fantastico. Parlando col ‘capo’, con la ragazza addetta al bancale, più un una bella chiacchierata assieme alla mitica Giusy Nicosia, qui il video dell’evento. Ma in seguito altre citazioni, spero le prime di molte! Voglio raccoglierle qui, per ricordare il mio tentativo.

Recensione “Echi di pensieri”, raccolta di poesie – Kiamarsi Magazine

Intervista TV, Puntata n° 167 – Vox Libri

Recensione Instagram – Farmacia Letteraria

“Echi di pensieri”, una toccante raccolta di poesie – weeklymagazine.it

“Echi di pensieri”, intensa raccolta di poesie – lsdmagazine.com

“Echi di pensieri” la raccolta poetica di Diana Tamantini – oltrelecolonne.it

Intervista a Diana Tamantini, autrice di “Echi di pensieri” – bologna.nightiguide.it

Diana Tamantini autrice de: “Echi di pensieri”, l’intervista – quotidianosociale.it

Citazione in “Libro Incontro” – Retesole

“Echi di pensieri”, raccolta poetica – lavocedivenezia.it/laprimapagina.it

Vi presento un’esordiente – libriedesordienti.it

“Echi di pensieri” – iltitolo.it

Recensione Instagram – Rubrica: Ti presento un libro – Debbie_Soncini

Recensione – lifefactorymag.com

Recensione “Echi di pensieri” – Libri ed Esordienti + Intervista video

Segnalazione – onlybookslover.it

“Tre piani”, Eshkol Nevo: normalità e complessità dell’essere umano

Lo scorso weekend ho vissuto tutta l’emozione del mio primo Salone del Libro di Torino. Ma prima c’era il viaggio, un lungo ed estenuante viaggio in treno condito da scioperi e conseguenti ritardi. Il guaio è stato che ho finito presto di leggere ciò che mi ero portata dietro, quindi è stato un sollievo trovare in stazione, durante una delle lunghe attese, un angolo in cui c’era anche qualche libro. È stato così che ho portato via con me “Tre piani” di Eshkol Nevo, che non conoscevo. Ma che mi ha letteralmente catturata.

La cosa bella e che mi ha sempre colpita di più? Non stiamo parlando di storie impossibili, ma di fatti comuni, di persone normali alle prese con problemi familiari più o meno seri, che portano a determinate conseguenze. Come si reagisce di fronte ad uno strano “rapimento” di tua figlia da parte di un vicino di cui ti fidavi? Come si combatte la paura di cadere preda della follia quando hai avuto tua madre come esempio in casa? Come ci si comporta di fronte ad un figlio che non ne vuole sapere di te ed alla scomparsa di tuo marito?

Non esistono le risposte giuste o sbagliate, né i comportamenti giusti o sbagliati. E Nevo non pone giudizi né chiede che noi lo facciamo, ma ci espone le storie come sono avvenute, anzi le racconta in prima persona, ovvero dal punto di vista di chi reagisce in base ad un fatto accaduto personalmente, cercando il modo di andare avanti ma provando ad imparare a gestire qualcosa che non è semplice da capire. Tre piani di uno stesso abitato, tre piani anche del proprio essere, come le istanze freudiane che vengono citate nell’ultima storia. Un filo conduttore di tutto ciò che ci è stato raccontato delle tre famiglie menzionate.

C’è un finale? C’è una morale? Decisamente no, se non quella che ognuno vuole trarre in base alla sua sensibilità. Semplicemente Nevo ci concede un’occhiata all’interno delle vite di Arnon, Ayelet e le loro figlie, e trasversalmente dei due vicini di casa Ruth e Hermann, in seguito di Hani, mamma di due bambini e moglie di Assaf, e del cognato Eviatar, infine di Dvora, vedova in pensione e madre di un figlio che ha ormai tagliato tutti i ponti. Un’occhiata ai loro improvvisi ‘passi importanti’ che porterebbero a drastiche conseguenze sul loro futuro, a stravolgimenti radicali forse anche cercati. Un ‘grido’ improvviso, un click stonato che cambia la loro normalità.

Il piacere di viaggiare in treno unito alla bellezza di un libro di questo tipo. Il treno è il mio mezzo di trasporto preferito (e non solo per il fatto di non accusare alcun malessere), godermi il viaggio con un amico-libro è stato un piacere. “Tre piani” è decisamente un racconto dell’essere umano, della sua normalità ed umanità, tra errori, pensieri e gesti che ci accomunano tutti, seppur diversamente a seconda delle persone che siamo.