“La ragazza delle arance”: la semplicità ed il ricordo

Il rammarico di un padre purtroppo gravemente malato che non può veder crescere il figlio, né quindi potrà mai arrivare a farci due chiacchiere da uomo a uomo. Decide quindi di pensare ad un metodo alternativo per parlargli nonostante tutto, per raggiungere la versione del figlio che non arriverà a vedere. E decide di farlo attraverso la storia più bella che gli sia capitata nella vita, ovvero “La ragazza delle arance”. Un libro di Jostein Gaarder che merita di essere letto e che a me particolarmente ha toccato molto. In un certo senso ho invidiato la prima persona del racconto…

La trama

Una storia iniziata un giorno per caso in un tram: l’allora giovane protagonista e lei, un’altrettanto giovane ragazza con questo grosso sacchetto di arance in braccio. Una mossa maldestra di lui e succede un disastro, ma è solo una sorta di punto di partenza. Qualcosa li ha colpiti nel profondo: si osservano, si cercano, si ritrovano, seguendo quello che diventerà sempre più il loro punto d’incontro, le arance. Una storia semplice ed intensa, una favola purtroppo non destinata a durare in eterno, ma che non dev’essere dimenticata. Il genitore si sente prossimo alla partenza senza ritorno e si apre completamente con la versione futura del figlio, gli racconta ogni dettaglio, ogni pensiero su questa “ragazza delle arance” che gli ha catturato il cuore. Ed il giovane darà vita ad una storia a quattro mani: il racconto del padre ormai scomparso intervallato dai suoi pensieri, due esseri umani che riescono così a ‘parlarsi’ a distanza di 11 anni. Uniti per la prima volta, nonostante la distanza incolmabile, nel ricordo di una storia d’amore tanto semplice quanto intensa ed irripetibile.

Come si fa a non dimenticare?

Con parole semplici e frasi brevi, Jostein Gaarder ha creato una favola moderna, di una dolcezza disarmante. L’importanza della memoria, un’eredità importante tramandata ad un figlio, un insegnamento postumo, un piccolo contributo in una crescita in cui purtroppo è mancato un perno importante, che non potrà mai essere ritrovato. Ho detto all’inizio che invidiavo il protagonista, c’è un motivo. Quando avevo 10 anni sono rimasta senza madre, vittima anche lei di una grave malattia che aveva già fatto capolino molto tempo prima, per poi ripresentarsi ancora più crudelmente. Il finale l’ho già anticipato. Il punto è che, nonostante non fossi così piccola di età, di testa lo ero davvero. E solo molto tempo dopo ho iniziato a domandarmi chi era davvero lei, qual era il suo punto di vista, se almeno lei mi avrebbe mai capito. E avrei voluto davvero che mi avesse lasciato un scritto, qualcosa di ben più personale degli appunti scribacchiati sulle agende che teneva nel cassetto. In un certo senso, provare a parlarle, anche se a posteriori. Il ragazzino de “La ragazza delle arance” questa fortuna l’ha avuta: un punto saldo, una parte del passato per guardare ad un futuro effimero, ma tutto ancora da scrivere.

Operazione accoglienza: la Caritas Treviso si muove per l’Ucraina

Premessa: continua la carrellata di pezzi mai pubblicati a livello locale. Conservo così un altro dei miei ‘esperimenti’ in questo blog personale. Diciamo che mi tengo in esercizio. Buona lettura.

Non è una gara a chi arriva primo, né a chi è meglio degli altri. Si tratta di camminare insieme, per non lasciar cadere i nostri fratelli.” Le parole di don Davide Schiavon, presidente della Caritas di Treviso, esprimono bene il progetto di accoglienza che sta prendendo forma, in sostegno alla popolazione ucraina in fuga dalla guerra. Un’emergenza esplosa in pochissimo tempo, al quale è necessario porre rimedio. L’incontro svolto mercoledì 23 marzo al Centro Don Ernesto Bordignon di Castelfranco Veneto, il primo in presenza dopo quello online, ha tracciato le prime linee guida per dare il via a questo processo nella Diocesi di Treviso, alla presenza soprattutto di referenti delle parrocchie, le prime chiamate in causa in questa emergenza, ma anche di alcuni privati. Don Davide ed Erica, una delle referenti della zona di Castelfranco, hanno esposto le prime direttive in questo senso, per un’accoglienza di comunità e che certo non sarà “lampo”, ma per forza di cose si parla di medio-lungo termine.

ACCOGLIENZA COMUNITARIA

Non è importante manifestare o sventolare le bandiere. È necessario invece mettersi davvero in gioco, sul principio fondamentale della gratuità.” Il presidente della Caritas Tarvisiana sottolinea quindi la necessità di gesti concreti, senza farsi trasportare dall’emotività ma con criterio. Mettendo il punto sul fatto che si tratta di persone, precisamente donne, bambini ed anziani, in fuga non per scelta, ma perché costrette. Un progetto di accoglienza che dev’essere comunitario. “Dobbiamo interfacciarci con 4 prefetture, 5 ASL e 4 uffici scolastici provinciali. Il tutto suddiviso in cinque aree diverse: la castellana, Treviso, San Donà, Mirano-Noale e Montebelluna.” Servirà poi qualche carta per far partire il procedimento. “Sarà necessario far pervenire il verbale del Consiglio Pastorale, firmare un accordo per definire ciò che farà la realtà diocesana, più un’autocertificazione dei carichi penali, questo per i tantissimi minori.” Delle 2200 persone attualmente arrivate infatti circa 1200 sono minori, 600 dei quali di neanche 12 anni.

PRIME DIRETTIVE

La parola passa poi a Erica, che con Roberta e Riccardo è chiamata ad essere un operatore di riferimento di Castelfranco. “È fondamentale curare la prima accoglienza: non dobbiamo improvvisare, ma prepararci a fornire luoghi dignitosi.” Per questo verrà inviato un format a tutti colori che lo richiedono per maggiori informazioni in tal senso. “La richiesta di accoglienza viene gestita dalla prefettura, che poi ci contatta. In questo momento, per facilità, stiamo privilegiando le accoglienze nei locali parrocchiali.” Si passa poi ad un discorso più pratico, partendo dal tampone alla tessera sanitaria provvisoria (STP) alle cure mediche. “Per la STP bisogna contattare la SISP. In caso di cure specifiche ci sarà un confronto con la Caritas diocesana ed un fondo apposito per far fronte alle spese.” Dall’UCI poi ci sono garanzie per fornire polizze di frontiera a titolo gratuito per chi è fuggito con veicoli di proprietà, ma c’è anche il diritto allo studio da garantire. L’inserimento però richiede tempo e per motivi precisi. “I cicli scolastici sono molto diversi e serve poi controllare lo stato vaccinale dei ragazzi. Oltre al fatto che molti insegnanti continuano in DAD nonostante la situazione. È un legame significativo, che non dobbiamo scavalcare.” Ma si pensa anche agli adulti, ovvero persone dai 18 anni in su, prevalentemente donne. “Stiamo attivando degli accordi con i CPIA per realizzare dei corsi di italiano a livello territoriale, con certificazioni A1, A2 e B1, in classi di 8-18 persone ed in spazi adeguati.” Un programma esteso, basandosi purtroppo su una triste realtà. “La consapevolezza drammatica di una realtà stravolta. Bisogna essere lungimiranti, creando criteri che siano sostenibili nel tempo.”

L’eterno fascino dei burattini: intervista a Paolo Papparotto

Premessa: più di un mese fa avevo realizzato questa intervista per Il Gazzettino come premessa allo spettacolo “Arlecchino e la casa stregata” realizzato al Teatro Accademico di Castelfranco Veneto il 27/02. Purtroppo non è stato mai pubblicato. Essendo una chiacchierata che mi è piaciuta particolarmente, ho deciso di riportarla qui nel mio blog personale. Una variante: non si tratta di libri ma di burattini, qualcosa che ho sempre ammirato particolarmente, non saprei dire perché. Buona lettura.

Il fascino immortale dei burattini. Lo sa bene Paolo Papparotto, ex impiegato al centro elaborazione dati in regione ora in pensione, ma soprattutto burattinaio da oltre 40 anni, con la stessa passione di quando li ammirava da bambino. Una passione che, nonostante gli stop forzati, sopravvive al Covid e che continua a ricevere anche dal suo pubblico, che si tratti di bambini o di adulti. Domenica 27 febbraio alle 16:00 il Teatro Accademico di Castelfranco Veneto ospita uno dei suoi spettacoli, “Arlecchino e la casa stregata”, con protagonista ovviamente il suo tanto amato personaggio in maschera. Un evento per grandi e piccoli, per regalare ancora quella magia senza tempo che solo i burattini riescono a trasmettere.

L’INIZIO

Sono il più vecchio burattinaio del Veneto. Prima di me non c’erano burattinai veri, o meglio qualcuno sì, come Beppe Pastrello, ma tanti non li conoscevo, quindi non ho potuto imparare da loro. Ho imparato da me perché ho deciso di mettermi a fare i burattini, mi piaceva l’idea e mi sono buttato. È dal ‘79 che faccio il burattinaio, quindi sono ben 43 anni! Avevo iniziato andando a vedere alcuni spettacoli, principalmente a Cervia, in cui c’era il festival più importante all’epoca. Lì ho cominciato a vedere altri burattinai, come si muovevano, e ho imparato così, osservandoli ed inventandomi come fare i personaggi. I miei preferiti erano Pulcinella e Punch&Judy [Punch è la derivazione inglese della figura di Pulcinella].

La struttura è una baracca piccola e il burattino è una figura forte che parla con i bambini, in maniera molto gioiosa: mi sono detto che volevo proprio fare quello. Essendo però di Treviso non potevo fare Pulcinella, veniva malissimo, quindi ho puntato su Arlecchino e ho scoperto così che era un vero universo: mentre Pulcinella lavora da solo col suo mondo, Arlecchino è sempre all’interno della commedia, essendo una maschera della Commedia dell’Arte, accanto ad altri personaggi ben costruiti con la loro storia. Arlecchino è molto più esplosivo ed espansivo, mi è piaciuto decisamente di più.

LO SPETTACOLO

All’epoca i burattini veneti si legavano molto al modo di fare degli emiliani, dalla tradizione molto forte e ricca, capaci di superare la crisi del dopoguerra. Prima i burattinai erano dappertutto, poi con la diffusione dei cinema questa professione aveva cominciato a morire, sopravvivendo soprattutto in Emilia-Romagna. Ma l’Italia è straordinaria in questo senso, visto il grande numero di tradizioni differenti sviluppatesi sul territorio: burattini napoletani, emiliani, bergamaschi, piemontesi, finalmente anche veneti. Ma in Veneto la grande fortuna è l’opportunità di potersi rifare alla Commedia dell’Arte, ciò che ho cominciato a fare fin da subito: sono 40 anni quindi che studio e sviluppo personaggi tratti da questa tradizione.

Con i bambini in particolare utilizzo Arlecchino come ‘frontman’, con Brighella suo socio, ma uso anche Pantalone, Colombina e tutti gli altri. Oltre al fatto che parlo con i bambini, ho adottato questo stile: loro intervengono e mi dicono cosa fare o cosa no, con Arlecchino che quindi diventa un personaggio ancora più forte. Ma faccio anche spettacoli per adulti: per esempio, sto finendo di prepararne uno da mettere in scena vicino a Pordenone per la Giornata internazionale dei Burattini [il 18 marzo], chiamato “Pantalone memento mori”.

ARLECCHINO E LA CASA STREGATA”

Lo porto praticamente dovunque da trent’anni, è uno dei miei punti forti, ma certamente non è nato così com’è adesso. Si è evoluto, ogni volta che fai lo spettacolo incontri un pubblico che ti cambia le carte in tavola: è questo il bello dei bambini. Tanto tempo fa ad esempio, non ricordo quando, l’abbiamo fatto ogni giorno a Rimini ed a Riccione per un anno: i bambini ci seguivano per rivederlo e ci dicevano le battute, cosa cambiare, come interpretare… Sottolineo che si trattava di bambini di Chernobyl, che comunque avevano capito le battute e le dicevano in italiano.

È uno spettacolo basato sulla baracca piccola, che va dappertutto, e c’è questo rapporto molto forte coi bambini, molto interattivo. La base è sempre la paura, la casa stregata e quindi abitata dai fantasmi, quindi poi bisogna mettersi d’accordo coi bambini per capire se dovevano avere paura. All’inizio dello spettacolo infatti io vengo sempre fuori per capire le ‘regole del gioco’.

IL FASCINO DEI BURATTINI

Quando si tratta di spettacoli per adulti invece può capitare o che se ne freghino, o che siano esigenti. Nel secondo caso puoi metterci in mezzo qualcosa di più articolato, che faccia pensare un po’ di più, che lo colgano o meno. Con i bambini invece la soddisfazione è che li fai gridare: se ci riesci hai fatto un bello spettacolo e loro sono contenti.

In epoca attuale i burattini vengono sempre molto apprezzati, sia dai bambini che dagli adulti. Sono molto seguiti, la disponibilità è notevole: se hai 100 persone per uno spettacolo teatrale, per i burattini nei hai 300, compresi però i genitori quindi degli adulti. Questo nonostante ci sia tanta gente prevenuta, con tanti adulti ed organizzatori lo ritengono solo qualcosa per i bambini. Ma se vengono agli spettacoli si ricredono!

L’ATTUALITA’

Non ci sono tanti burattinai, ma sono organizzati: c’è l’UNIMA, l’unione internazionale marionettisti, con più paesi aggregati dell’ONU, che ci fa da ombrello culturale. Per fortuna ci sono nuove leve che stanno crescendo: io ho cominciato a 25 anni, ora ci sono pochi giovani ma buoni. Quando ho cominciato io c’è stato come un boom, tutti volevano fare i burattinai, poi un po’ alla volta hanno smesso e siamo rimasti quelli che siamo. Ma senza boom c’è comunque un buon nucleo di burattinai giovani che portano avanti la tradizione italiana. Ce ne sono anche all’estero, ho tanti amici in Facebook tra egiziani, spagnoli, indiani, cinesi, cileni… Da tutto il mondo. Non ci conosciamo di persona, ma ci mandiamo foto ed informazioni, è piacevole: è una fratellanza che si sente.

Foto: Paolo Papparotto

La libreria Ubik e la vetrina giallo/azzurra per l’Ucraina

Premessa: questo è un articolo che ho scritto per un giornale locale, un pezzo però che quasi sicuramente non verrà mai pubblicato per nuove direttive. Ho avuto una chiacchierata con “il capo” di questa libreria, Clara Abatangelo, per farmi raccontare com’è nata l’idea di questa vetrina a tema, e questo è il risultato, che volevo comunque pubblicare da qualche parte. Buona lettura.

La guerra tra Russia ed Ucraina ha chiaramente sconvolto tutto il mondo, che si sta muovendo per aiutare la popolazione. Non mancano anche iniziative locali, volte a mostrare solidarietà per quello che sta accadendo. La Libreria Ubik di Castelfranco Veneto ha deciso di mandare un segnale in questo senso, sistemando in maniera particolare la sua vetrina espositiva. Novanta libri disposti in bella evidenza, tutti con due caratteristiche fondamentali: le copertine azzurre o gialle, ovvero i due colori presenti sulla bandiera dell’Ucraina. In aggiunta, possiamo anche osservare un foglio attaccato appena sotto il nome della libreria, un foglio bianco con un semplice disegno di un cuore azzurro e giallo. Una maniera per esprimere la propria vicinanza al popolo ucraino.

Visto il periodo carnevalesco, il piano iniziale per la vetrina era ben diverso. “L’idea era di disporre i libri assieme a delle mascherine chirurgiche colorate” ha raccontato Clara Abatangelo. “Volevamo scrivere qualcosa riguardo alla speranza che fosse l’ultimo Carnevale in mascherina invece che in maschera, pensando soprattutto ai bambini. Dopo due anni di Covid è stato bello vederli passare davanti alla libreria per farci vedere i vestiti.” Ma le immagini del conflitto hanno portato a cambiare. “Strideva troppo. Così abbiamo cercato dei libri con le copertine che ci servivano, perlopiù per bambini su pace, amicizia, lealtà, oppure romanzi. Anche perché non ci sono molti libri sulla storia dell’Ucraina, e non sono né gialli né azzurri.”

Realizzando così la nuova vetrina venerdì notte [tra il 25 ed il 26 febbraio, ndr]. “Continuavamo ad uscire, abbiamo fatto parecchie prove per essere certi che venisse bene.” Come detto, è stato appeso anche il disegno di un cuore azzurro e giallo. “Ho chiesto a questa bambina di sette anni, in quel momento presente in libreria, di disegnarmi un cuore.” Un gesto volto a mandare un messaggio chiaro. “Il sindaco di Asolo per esempio si sta muovendo per creare un sistema di aiuti. Ci stiamo organizzando, questo però è già un modo per dire “Fermatevi”.”

“Stargate”, alla scoperta di un altro mondo

Un giochetto che mi piace particolarmente è legare libri a film. Esempio: leggere il libro e scoprirne il film che ne è stato tratto, se esiste. Oppure il contrario, quando vedo un film tratto da un libro (fedelmente o liberamente) sento l’irresistibile curiosità di scoprirlo. Con “Stargate” rientro decisamente nella seconda categoria. Conosco a memoria il film, anche se sono riuscita a rintracciare il dvd solo di recente, non conoscevo invece il libro ed ero molto curiosa di vedere le differenze.

Diciamo che per una volta sono pochissime. Sarà perché è stato scritto da Dean Devlin e Roland Emmerich, gli stessi che hanno poi dato vita al film. Quasi una sorta di “traccia”, in cui la magia è esattamente la stessa, chiaramente con dettagli in più che non sempre possono essere riportati sul grande schermo (la durata totale si allungherebbe e non di poco). La storia inizia nell’8000 a.C. in Africa, introducendo un ragazzo ‘diverso’ da tutti gli altri della sua tribù, dal destino che conosceremo solo ben più avanti.

Un breve antefatto per poi passare al 1928: siamo a Il Cairo, un giorno viene ritrovato un gigantesco anello di un materiale che non esiste sulla Terra, assieme (tra le altre cose) ad un cartiglio con segni ignoti. Catherine, figlia di nove anni del professor Langford, uno degli autori della straordinaria scoperta, giura a se stessa di venire a capo di tutto questo, dedicando la sua intera esistenza alla ricerca. Passano decenni ed arriviamo ai “giorni nostri” a Los Angeles: incontriamo Daniel Jackson, accanito studioso di egittologia, quindi un luminare in questo campo, se così possiamo dire.

Ma è un giovane detestato per le sue conclusioni “eccentriche”, “da fuorviato”, sulla storia dell’Antico Egitto. Finché Catherine, ormai anziana signora ma presente ad una delle sue conferenze (risoltasi con la classica presa in giro da parte degli eminenti professori presenti), non vede in lui la possibilità di risolvere ciò che sta studiando da tantissimo tempo. Daniel ci riesce: scopriamo così la Porta delle Stelle, lo Stargate: una volta avviato, questa incredibile tecnologia che lo muove porterà lui ed un gruppo di militari dall’altra parte dell’universo conosciuto.

Qui inizia però un’avventura ben diversa dalle previsioni: alla ricerca della ‘combinazione’ per riavviare l’anello e tornare sulla Terra, gli uomini scoprono un nuovo mondo, un popolo primitivo, ma anche il destino di quel ragazzo citato all’inizio del libro. Un giovane destinato a grandi cose, ma allo stesso tempo terribili. Una scrittura che tiene incollati fino alla fine, un vero classico del genere, consigliatissimo per tutti gli amanti della fantascienza.

“Echi di pensieri”: commenti, interviste, recensioni

“Si fa sempre fatica ad investire in uno scrittore esordiente, spesso si punta su “nomi noti”. Nel settore della poesia poi è ancora più complicato. Ma ho voluto fare un tentativo.” Torno a parlare della mia creaturina “Echi di pensieri” con questo estratto di un’intervista che ho realizzato di recente. Non è una critica a chissà chi eh, sia chiaro, ma solo una constatazione di quanto sia difficile emergere partendo dal nulla. Ma ci sto comunque provando, chiedendo chiaramente qualche aiuto a persone ben più esperte nel settore per un po’ di pubblicità in più.

Mi fa comunque piacere avere qualche citazione, qualche post social o qualche articolo che parla del mio libro di poesie. L’emozione più grande è stata certo l’essere andata al Salone del Libro di Torino per parlarne con la mia casa editrice, piccola parte di un mondo fantastico. Parlando col ‘capo’, con la ragazza addetta al bancale, più un una bella chiacchierata assieme alla mitica Giusy Nicosia, qui il video dell’evento. Ma in seguito altre citazioni, spero le prime di molte! Voglio raccoglierle qui, per ricordare il mio tentativo.

Recensione “Echi di pensieri”, raccolta di poesie – Kiamarsi Magazine

Intervista TV, Puntata n° 167 – Vox Libri

Recensione Instagram – Farmacia Letteraria

“Echi di pensieri”, una toccante raccolta di poesie – weeklymagazine.it

“Echi di pensieri”, intensa raccolta di poesie – lsdmagazine.com

“Echi di pensieri” la raccolta poetica di Diana Tamantini – oltrelecolonne.it

Intervista a Diana Tamantini, autrice di “Echi di pensieri” – bologna.nightiguide.it

Diana Tamantini autrice de: “Echi di pensieri”, l’intervista – quotidianosociale.it

Citazione in “Libro Incontro” – Retesole

“Echi di pensieri”, raccolta poetica – lavocedivenezia.it/laprimapagina.it

Vi presento un’esordiente – libriedesordienti.it

“Echi di pensieri” – iltitolo.it

Recensione Instagram – Rubrica: Ti presento un libro – Debbie_Soncini

Recensione – lifefactorymag.com

Recensione “Echi di pensieri” – Libri ed Esordienti + Intervista video

Segnalazione – onlybookslover.it

“Tre piani”, Eshkol Nevo: normalità e complessità dell’essere umano

Lo scorso weekend ho vissuto tutta l’emozione del mio primo Salone del Libro di Torino. Ma prima c’era il viaggio, un lungo ed estenuante viaggio in treno condito da scioperi e conseguenti ritardi. Il guaio è stato che ho finito presto di leggere ciò che mi ero portata dietro, quindi è stato un sollievo trovare in stazione, durante una delle lunghe attese, un angolo in cui c’era anche qualche libro. È stato così che ho portato via con me “Tre piani” di Eshkol Nevo, che non conoscevo. Ma che mi ha letteralmente catturata.

La cosa bella e che mi ha sempre colpita di più? Non stiamo parlando di storie impossibili, ma di fatti comuni, di persone normali alle prese con problemi familiari più o meno seri, che portano a determinate conseguenze. Come si reagisce di fronte ad uno strano “rapimento” di tua figlia da parte di un vicino di cui ti fidavi? Come si combatte la paura di cadere preda della follia quando hai avuto tua madre come esempio in casa? Come ci si comporta di fronte ad un figlio che non ne vuole sapere di te ed alla scomparsa di tuo marito?

Non esistono le risposte giuste o sbagliate, né i comportamenti giusti o sbagliati. E Nevo non pone giudizi né chiede che noi lo facciamo, ma ci espone le storie come sono avvenute, anzi le racconta in prima persona, ovvero dal punto di vista di chi reagisce in base ad un fatto accaduto personalmente, cercando il modo di andare avanti ma provando ad imparare a gestire qualcosa che non è semplice da capire. Tre piani di uno stesso abitato, tre piani anche del proprio essere, come le istanze freudiane che vengono citate nell’ultima storia. Un filo conduttore di tutto ciò che ci è stato raccontato delle tre famiglie menzionate.

C’è un finale? C’è una morale? Decisamente no, se non quella che ognuno vuole trarre in base alla sua sensibilità. Semplicemente Nevo ci concede un’occhiata all’interno delle vite di Arnon, Ayelet e le loro figlie, e trasversalmente dei due vicini di casa Ruth e Hermann, in seguito di Hani, mamma di due bambini e moglie di Assaf, e del cognato Eviatar, infine di Dvora, vedova in pensione e madre di un figlio che ha ormai tagliato tutti i ponti. Un’occhiata ai loro improvvisi ‘passi importanti’ che porterebbero a drastiche conseguenze sul loro futuro, a stravolgimenti radicali forse anche cercati. Un ‘grido’ improvviso, un click stonato che cambia la loro normalità.

Il piacere di viaggiare in treno unito alla bellezza di un libro di questo tipo. Il treno è il mio mezzo di trasporto preferito (e non solo per il fatto di non accusare alcun malessere), godermi il viaggio con un amico-libro è stato un piacere. “Tre piani” è decisamente un racconto dell’essere umano, della sua normalità ed umanità, tra errori, pensieri e gesti che ci accomunano tutti, seppur diversamente a seconda delle persone che siamo.

“La vita inizia quando trovi il libro giusto”: leggerezza con brio

Qualche volta per scrivere serve l’ispirazione. O la voglia, o un mix di tutt’e due. Aggiungendo che non sempre si riescono a trovare le parole adatte per descrivere qualcosa che ci è piaciuto molto. Ci si sente a volte inadeguati, o non vengono i termini giusti, pur avendo i concetti chiari e limpidi nella mente. Un libro come “La vita inizia quando trovi il libro giusto” però è stato sicuramente di ispirazione. L’avevo letto anni fa, l’ho ripreso in mano per ‘qualcosa di leggero’ e come la prima volta non mi ha delusa.

La prima volta che l’ho letto è stato una sorta di ‘stacco’ dopo “Le anime morte” di Gogol e “L’insostenibile leggerezza dell’essere” di Kundera. Bellissimi, ma mi serviva una specie di riposo con qualcosa di più leggero ed un libro di questo tipo devo dire che è servito proprio a questo scopo. La protagonista è una giovane donna, Frankie, scrittrice alle prese con il classico blocco, oltre a vari altri pensieri ed una vita tra alti e bassi. Accanto a lei ci sono la sua migliore amica Cat, incinta e con sbalzi d’umore (e dalle idee folli), il 17enne migliore amico Sebastian, una madre spesso presente ma a volte in momenti inopportuni, un padre molto (troppo) silenzioso. Il centro è soprattutto la libreria in cui le due ragazze lavorano, di proprietà di Claud, il marito di Cat. Le due donne sono veri e propri “topi di libreria”, come loro stesse si definiscono: appassionate di lettura, passano le giornate tra argomenti seri, chiacchierate più allegre e discorsi a tema letterario.

La situazione subisce una svolta quando Cat e Frankie hanno un’idea per trovare un ragazzo alla seconda: Frankie comincia a lasciare in treno o sulla banchina in stazione libri a lei molto cari, con dentro un contatto per rintracciarla. Se all’inizio è un modo per trovare un compagno, in seguito ogni appuntamento diventa un argomento da trattare in un blog personale, con post che riscuotono sempre più successo. Un modo per ‘aggirare’ il blocco dello scrittore e così liberarsene, anche se questo suo comportamento (soprattutto per quanto riguarda gli appuntamenti) le causerà non pochi problemi con il nuovo compagno Sunny che, ironia del destino, ha gusti diametralmente opposti ai suoi in fatto di libri.

Ciò che mi ha colpito particolarmente è il modo di scrivere, come sempre particolarmente importante. La freschezza, la leggerezza ma nel frattempo la capacità di farti ‘vivere’ i personaggi della storia. Se vogliamo non si tratta di un libro di ‘alta letteratura’, ma mi ha completamente assorbita. Non è così scontato che io, pur essendo una gran lettrice, finisca un libro in appena due giorni. Quando ho parlato di ispirazione intendevo anche solo mettere le parole insieme, riuscire a scrivere qualcosa che non fosse solo un articolo di giornale o un appunto sull’agenda. Riuscire a buttare giù qualcosa mi è sempre d’aiuto, e devo dire che un libro scritto con questa vivacità è stato importante in questo senso.

Quando si dice un post/recensione/non so che particolarmente atipico. Certi dicono che scrivere di getto, senza rileggere quello che si è messo prima, rivela senza tanti ghirigori quello che si pensa, una parte in un certo senso non costruita di se stessi. In ogni caso, libro consigliatissimo per riflettere senza tante paranoie (cosa che solitamente faccio da me, ma questo è un altro discorso). Assolutamente da leggere.

Il mio “Echi di pensieri” al Salone del Libro di Torino!

Poco tempo fa ho scritto un post riguardo la mia “follia”, ovvero il fatto di aver mandato una mia raccolta di poesie alla casa editrice Kimerik, senza aspettative. Le emozioni continuano: la mia creaturina, “Echi di pensieri”, sarà alla Fiera del Libro di Pisa, alla quale purtroppo non posso partecipare di persona. Ma dal 14 al 18 ottobre ci sarà il Salone del Libro di Torino, io ci sarò!

La mia prima presentazione con il mio libro, in particolare ad un evento così prestigioso. Parlare di emozioni è davvero dire poco, sono letteralmente elettrizzata! Un altro piccolo passo avanti dopo il mio “azzardo”, vedremo dove mi porterà quest’altro bel viaggio, per la prima volta a Torino. Ringraziando la mia cara amica per l’ospitalità in quei giorni, visto sono non sono proprio dei dintorni… Ma sarà fantastico, con giustificata punta di ‘paura dell’ignoto’ non vedo davvero l’ora!

“La pedina sullo scacchiere”, inettitudine senza rimpianti

Probabilmente in ritardo, ma infine sono riuscita a leggere qualcosa della grande scrittrice Irène Némirovsky. Non so perché, ma non volevo iniziare dal celeberrimo “Suite francese”, ma possibilmente avvicinarmi a lei partendo da qualcosa di meno conosciuto e magari trovato per caso facendo un giro in libreria. È così che mi sono ritrovata tra le mani “La pedina sullo scacchiere” e, come accade spesso e volentieri i grandi scrittori, mi ha catturata totalmente.

Non ho mai imparato a giocare né a dama né a scacchi. Quel poco che so l’ho letto in giro, senza mai avere la possibilità di metterlo in pratica. Forse è proprio per questa mia mancanza che in un certo senso ne subisco il fascino, probabilmente per quell’aura di mistero che emanano quelle pedine. Non nego che questo mio pensiero possa aver fortemente influenzato la mia scelta, rivelatasi una nuova interessante sfida da affrontare. No, questo libro non ha nulla a che vedere con scacchi o dama, ma il titolo mi ha incuriosito molto e ho scoperto così Némirovsky.

La scena si apre in una giornata normale di una persona comune: Christophe Bohun è un semplice impiegato in un’agenzia un tempo di proprietà del padre, poi fallita e rilevata dall’ex socio del genitore. Ciò su cui la scrittrice però vuole attirare la nostra attenzione è il legame tra una vita piatta, spesso priva di qualsiasi gioia, e la conseguente psicologia dell’uomo. Non si tratta di un eroe di tutti i giorni né tantomeno di qualcuno che nel corso della storia cerca una svolta nella sua macchinosa e monotona esistenza, ma al contrario ci sguazza dentro.

Bohun è la rappresentazione dell’essere umano tra le due guerre, desideroso di pace e di abbondanza ma incapace di muovere un dito per raggiungere questi obiettivi e quindi preda arrendevole ed indifesa, destinata all’insoddisfazione ed alla depressione. Una moglie che non ama, un figlio che gli è estraneo, amante di un’ex fidanzata di gioventù con cui si illude di trovare ancora una breve scintilla di vitalità, disprezzato sul lavoro dal suo capo che lo tiene solo per il cognome che porta, figlio di un vecchio malato che non lo riconosce come suo eguale. Una triste esistenza senza scopo, che potrebbe continuare all’infinito.

La fine in un certo senso per me è stata una sorpresa: quest’uomo infatti, vittima dell’inettitudine, di un’aridità d’animo e di una solitudine a lungo psicologica, diventata infine vera e propria, riesce a compiere un forte gesto, dando una svolta alla sua vita. A lungo una pedina manovrata sullo scacchiere, improvvisamente Christophe decide di realizzare la sua personale mossa, una spinta che lo porterà a rendersi conto (anche se con freddezza e distacco) di ciò che è stata la sua esistenza.

Uno stile secco, preciso, chiaro quello adottato dalla scrittrice, che vuole sottolineare come questo personaggio sia stato incapace di reagire a qualsiasi sollecitazione esterna per lungo tempo. Sono parole forti quelle che Némirovsky fa pronunciare al suo protagonista alla fine: è un’ammissione di aver fallito, ma senza particolari rimpianti, accettando senza battere ciglio qualsiasi cosa accada.