“La vita inizia quando trovi il libro giusto”: leggerezza con brio

Qualche volta per scrivere serve l’ispirazione. O la voglia, o un mix di tutt’e due. Aggiungendo che non sempre si riescono a trovare le parole adatte per descrivere qualcosa che ci è piaciuto molto. Ci si sente a volte inadeguati, o non vengono i termini giusti, pur avendo i concetti chiari e limpidi nella mente. Un libro come “La vita inizia quando trovi il libro giusto” però è stato sicuramente di ispirazione. L’avevo letto anni fa, l’ho ripreso in mano per ‘qualcosa di leggero’ e come la prima volta non mi ha delusa.

La prima volta che l’ho letto è stato una sorta di ‘stacco’ dopo “Le anime morte” di Gogol e “L’insostenibile leggerezza dell’essere” di Kundera. Bellissimi, ma mi serviva una specie di riposo con qualcosa di più leggero ed un libro di questo tipo devo dire che è servito proprio a questo scopo. La protagonista è una giovane donna, Frankie, scrittrice alle prese con il classico blocco, oltre a vari altri pensieri ed una vita tra alti e bassi. Accanto a lei ci sono la sua migliore amica Cat, incinta e con sbalzi d’umore (e dalle idee folli), il 17enne migliore amico Sebastian, una madre spesso presente ma a volte in momenti inopportuni, un padre molto (troppo) silenzioso. Il centro è soprattutto la libreria in cui le due ragazze lavorano, di proprietà di Claud, il marito di Cat. Le due donne sono veri e propri “topi di libreria”, come loro stesse si definiscono: appassionate di lettura, passano le giornate tra argomenti seri, chiacchierate più allegre e discorsi a tema letterario.

La situazione subisce una svolta quando Cat e Frankie hanno un’idea per trovare un ragazzo alla seconda: Frankie comincia a lasciare in treno o sulla banchina in stazione libri a lei molto cari, con dentro un contatto per rintracciarla. Se all’inizio è un modo per trovare un compagno, in seguito ogni appuntamento diventa un argomento da trattare in un blog personale, con post che riscuotono sempre più successo. Un modo per ‘aggirare’ il blocco dello scrittore e così liberarsene, anche se questo suo comportamento (soprattutto per quanto riguarda gli appuntamenti) le causerà non pochi problemi con il nuovo compagno Sunny che, ironia del destino, ha gusti diametralmente opposti ai suoi in fatto di libri.

Ciò che mi ha colpito particolarmente è il modo di scrivere, come sempre particolarmente importante. La freschezza, la leggerezza ma nel frattempo la capacità di farti ‘vivere’ i personaggi della storia. Se vogliamo non si tratta di un libro di ‘alta letteratura’, ma mi ha completamente assorbita. Non è così scontato che io, pur essendo una gran lettrice, finisca un libro in appena due giorni. Quando ho parlato di ispirazione intendevo anche solo mettere le parole insieme, riuscire a scrivere qualcosa che non fosse solo un articolo di giornale o un appunto sull’agenda. Riuscire a buttare giù qualcosa mi è sempre d’aiuto, e devo dire che un libro scritto con questa vivacità è stato importante in questo senso.

Quando si dice un post/recensione/non so che particolarmente atipico. Certi dicono che scrivere di getto, senza rileggere quello che si è messo prima, rivela senza tanti ghirigori quello che si pensa, una parte in un certo senso non costruita di se stessi. In ogni caso, libro consigliatissimo per riflettere senza tante paranoie (cosa che solitamente faccio da me, ma questo è un altro discorso). Assolutamente da leggere.

Il mio “Echi di pensieri” al Salone del Libro di Torino!

Poco tempo fa ho scritto un post riguardo la mia “follia”, ovvero il fatto di aver mandato una mia raccolta di poesie alla casa editrice Kimerik, senza aspettative. Le emozioni continuano: la mia creaturina, “Echi di pensieri”, sarà alla Fiera del Libro di Pisa, alla quale purtroppo non posso partecipare di persona. Ma dal 14 al 18 ottobre ci sarà il Salone del Libro di Torino, io ci sarò!

La mia prima presentazione con il mio libro, in particolare ad un evento così prestigioso. Parlare di emozioni è davvero dire poco, sono letteralmente elettrizzata! Un altro piccolo passo avanti dopo il mio “azzardo”, vedremo dove mi porterà quest’altro bel viaggio, per la prima volta a Torino. Ringraziando la mia cara amica per l’ospitalità in quei giorni, visto sono non sono proprio dei dintorni… Ma sarà fantastico, con giustificata punta di ‘paura dell’ignoto’ non vedo davvero l’ora!

“La pedina sullo scacchiere”, inettitudine senza rimpianti

Probabilmente in ritardo, ma infine sono riuscita a leggere qualcosa della grande scrittrice Irène Némirovsky. Non so perché, ma non volevo iniziare dal celeberrimo “Suite francese”, ma possibilmente avvicinarmi a lei partendo da qualcosa di meno conosciuto e magari trovato per caso facendo un giro in libreria. È così che mi sono ritrovata tra le mani “La pedina sullo scacchiere” e, come accade spesso e volentieri i grandi scrittori, mi ha catturata totalmente.

Non ho mai imparato a giocare né a dama né a scacchi. Quel poco che so l’ho letto in giro, senza mai avere la possibilità di metterlo in pratica. Forse è proprio per questa mia mancanza che in un certo senso ne subisco il fascino, probabilmente per quell’aura di mistero che emanano quelle pedine. Non nego che questo mio pensiero possa aver fortemente influenzato la mia scelta, rivelatasi una nuova interessante sfida da affrontare. No, questo libro non ha nulla a che vedere con scacchi o dama, ma il titolo mi ha incuriosito molto e ho scoperto così Némirovsky.

La scena si apre in una giornata normale di una persona comune: Christophe Bohun è un semplice impiegato in un’agenzia un tempo di proprietà del padre, poi fallita e rilevata dall’ex socio del genitore. Ciò su cui la scrittrice però vuole attirare la nostra attenzione è il legame tra una vita piatta, spesso priva di qualsiasi gioia, e la conseguente psicologia dell’uomo. Non si tratta di un eroe di tutti i giorni né tantomeno di qualcuno che nel corso della storia cerca una svolta nella sua macchinosa e monotona esistenza, ma al contrario ci sguazza dentro.

Bohun è la rappresentazione dell’essere umano tra le due guerre, desideroso di pace e di abbondanza ma incapace di muovere un dito per raggiungere questi obiettivi e quindi preda arrendevole ed indifesa, destinata all’insoddisfazione ed alla depressione. Una moglie che non ama, un figlio che gli è estraneo, amante di un’ex fidanzata di gioventù con cui si illude di trovare ancora una breve scintilla di vitalità, disprezzato sul lavoro dal suo capo che lo tiene solo per il cognome che porta, figlio di un vecchio malato che non lo riconosce come suo eguale. Una triste esistenza senza scopo, che potrebbe continuare all’infinito.

La fine in un certo senso per me è stata una sorpresa: quest’uomo infatti, vittima dell’inettitudine, di un’aridità d’animo e di una solitudine a lungo psicologica, diventata infine vera e propria, riesce a compiere un forte gesto, dando una svolta alla sua vita. A lungo una pedina manovrata sullo scacchiere, improvvisamente Christophe decide di realizzare la sua personale mossa, una spinta che lo porterà a rendersi conto (anche se con freddezza e distacco) di ciò che è stata la sua esistenza.

Uno stile secco, preciso, chiaro quello adottato dalla scrittrice, che vuole sottolineare come questo personaggio sia stato incapace di reagire a qualsiasi sollecitazione esterna per lungo tempo. Sono parole forti quelle che Némirovsky fa pronunciare al suo protagonista alla fine: è un’ammissione di aver fallito, ma senza particolari rimpianti, accettando senza battere ciglio qualsiasi cosa accada.

“Lo specchio nello specchio”, Michael Ende – Nel labirinto della mente

Spesso quando entro in libreria scelgo in base a concetti sentiti, nomi letti da qualche parte, autori che mi sono stati nominati. Non sempre, nel senso che alcune volte mi lascio ispirare dalla copertina, o dal titolo, totalmente al buio. Per questo libro però ho seguito il primo ‘criterio’: certo Michael Ende è molto conosciuto, ma (mea culpa) fino a quel momento avevo letto solo “La storia infinita”. Grazie ad un pit stop assieme ad un’amica in una libreria poco lontana da casa, spinte da qualche sconto, ecco che ho portato a casa “Lo specchio nello specchio”.

Prima di tutto mi ha attirato il concetto di specchio, questo comunissimo oggetto che però rimanda ad un’idea decisamente più profonda di ciò che riguarda la realtà. Una visione se vogliamo completamente diversa ed a tratti distorta, un concetto che ho ‘conosciuto’ ed apprezzato molto in svariati film. Penso a due dei miei registri preferiti: “Lo specchio” di Andrej Tarkovskij o “Come in uno specchio” e “L’immagine allo specchio” di Ingmar Bergman. Rappresentazioni e racconti che inevitabilmente lasciano un segno. Partendo da qui, ma anche attratta dalla copertina (mi ricorda “La scala a chiocciola”, il gran film del ’46 di Siodmak) ho deciso di portarlo a casa con me.

La sensazione che lascia, anche se forse riassumerlo così non gli rende abbastanza giustizia, è incredibile: fin dalle prime pagine si viene catapultati in un’esperienza surreale ed onirica, ricca di storie poetiche e personaggi bizzarri. Non c’è un punto di partenza, ci si ritrova nel mezzo dell’azione, protagonista ‘fantasma’ ed inconsapevole di un racconto che inevitabilmente diventa proprio. Con la sua incredibile scrittura Ende è riuscito a fare esattamente questo: ogni personaggio raccontato in queste 30 storie esprime ogni piccolo sentimento mai provato da un essere umano ed ognuno di noi, leggendo anche solo una qualsiasi delle vicende qui raccolte, ci si riconosce.

Fin dalle prime righe siamo l’eco di un grido inascoltato, diventando poi parte di un labirinto dal quale è impossibile fuggire, assistendo a metamorfosi che potrebbero sembrare assurde o aspettando eternamente un non ben identificato evento che potrebbe avvenire. Diventiamo tutti funamboli che perdono l’equilibrio o ballerini in attesa che si alzi il sipario, immersi in luoghi e paesaggi che cambiano continuamente a seconda della direzione in cui Ende spinge i nostri occhi, mentre nelle orecchie ascoltiamo parole che potrebbero sembrare insensate.

C’è tutto questo in “Lo specchio nello specchio”, un insieme di racconti che hanno il solo scopo di spingerci a considerare tutto ciò che abbiamo vissuto, cercando se possibile di trovare un senso a parole, fatti ed eventi. Un libro che sembra dirci che solo così potremo capire dove ci porta il tortuoso e sinistro sentiero nel labirinto della nostra mente, aiutandoci a comprendere ciò che noi siamo in realtà.

“L’oblio che saremo”, Héctor Abad – Non vendetta, ma ricordo

“Conservai per anni, segretamente, quella camicia insanguinata. […] Non so perché la conservai. Era come se volessi tenerla lì, come un pungolo, […] come la promessa che avrei vendicato la sua morte. L’ho bruciata scrivendo questo libro perché ho capito che l’unica vendetta, l’unico ricordo, e anche l’unica possibilità di oblio e di perdono consisteva nel raccontare quanto era accaduto, e nient’altro.” 

Come si riesce a parlare di un genitore al quale si era profondamente legati? Come si riesce a scriverne senza lasciar trasparire odio o desiderio di vendetta per un assassinio rimasto senza colpevoli? Forse è stato proprio per il profondo affetto e la stima incondizionata per quell’uomo che Héctor Abad Faciolince, figlio di Héctor Abad Gómez (medico, professore universitario e presidente del Comitato per i Diritti Umani), riesce a regalarci un libro ricco, malinconico, a tratti tanto crudo e diretto nel descrivere la situazione del suo paese, la Colombia, che quasi non ci si crede.

Ho ritrovato “L’oblio che saremo” sistemando alcuni dei tanti (troppi?) libri nella mia piccola stanza, rivedendo così anche qualche appunto preso la prima volta che l’ho letto. Una pubblicazione del 2006, uno dei tre di questo autore arrivati in Italia. Curioso il titolo, in spagnolo “El olvido que seremos”, ma si tratta di un verso di Borges volutamente ‘preso in prestito’ per evocare la fugacità del tempo e della vita umana. Un racconto di persone, fatti e luoghi destinati (come tutto) ad essere prima o poi dimenticati. L’autore però ha voluto farli rivivere, ripercorrendo gli anni della sua infanzia e giovinezza attraverso le vite di chi è prematuramente scomparso.

“Nella casa vivevano 10 donne, un bambino e un uomo. […] Il bambino, io, amava quell’uomo, suo padre, sopra ogni cosa.” Con pochissime parole iniziali, Abad è riuscito a darci fin da subito un’idea di quanto la figura del genitore abbia significato per lui. Unico maschio dei sei figli di Héctor Abad Gómez e della moglie, fin da subito ci permette di entrare nell’intimità della sua vita, di capire quanto potente fosse il rapporto tra lui ed il padre, un legame che l’ha senza dubbio segnato per la vita. Non stiamo parlando di un uomo perfetto, ma di un uomo che ha vissuto sempre secondo i suoi ideali, non cedendo a compromessi e desiderando solo l’equità e la giustizia sociale.

Héctor Abad Gómez era una persona semplice, laureatasi in Medicina e diventata in seguito professore universitario a Medellín, dove viveva con la famiglia, a cui era molto legato. Stiamo parlando della Colombia, un paese descritto come nella morsa del narcotraffico e di politici senza scrupoli. Abad padre, uomo di profonda cultura, amante dei libri e della musica (passioni che ha trasmesso anche al figlio), ha trascorso la sua vita a lottare perché tutti, in particolare i poveri del paese, avessero un minimo di istruzione, perché venissero garantiti i diritti umani, perché soprattutto avessero di che sfamarsi e di che curarsi in caso di malattia. Due fattori per lui legati da un rapporto causa-effetto.

Come detto, non viene descritto un uomo perfetto, visto che lo stesso figlio ne parla come una persona a volte ingenua, o a tratti troppo testarda nelle sue battaglie, o addirittura ‘esagerata’ nell’affetto che trasmetteva alla moglie ed ai figli (la morte della figlia Marta per malattia è infatti stato un colpo che l’ha profondamente segnato). Ciò che traspare in particolare però è la profonda genuinità di questa persona, che non ha mai rinunciato alle sue idee pur avendo tante persone contro. Anche quando sapeva di essere ormai segnato come ‘pericolosissimo comunista’ (come verrà chiamato anni dopo davanti ad un nipote), quindi da eliminare.

Il 25 agosto 1987 è il giorno in cui Héctor Abad Gómez viene ritrovato ucciso per strada. Lo sanno tutti che i responsabili sono i cosiddetti squadroni della morte, ma nessuno pagherà mai per questo crimine, uno purtroppo dei tantissimi che vengono elencati nel corso del libro. Professori, studenti, artisti, oppositori politici o meno: bastava davvero poco per essere etichettati come ‘traditori’ ed essere quindi segnati o, molto più spesso, letteralmente tolti di mezzo. Come appunto è successo al padre dell’autore, un uomo che voleva solo l’uguaglianza sociale, cercando nel suo piccolo di apportare qualche miglioramento in questo mondo.

Personalmente ritengo che sia un libro che lascia davvero un segno in chi decide di conoscere un po’ meglio questa parte di storia. Attraverso la sua vita e quella della sua famiglia, Héctor Abad Faciolince ci racconta uno spaccato della sua Colombia (nella quale è riuscito a tornare definitivamente nel 1992 dopo essere rimasto per anni in Italia), un paese diviso da violenze di ogni tipo, nel quale però riesce a dare la giusta luce alla figura del padre. Non c’è desiderio di vendetta, ma si tratta davvero di un libro prezioso, una testimonianza della vita e delle gesta di un ‘piccolo’ uomo, reso immortale dalle parole del figlio.

“Sentieri nel ghiaccio” – Diario di viaggio di Werner Herzog

Che cosa spinge un uomo a percorrere a piedi la strada che separa Monaco da Parigi, nel peggior periodo dell’anno e sfidando ogni genere di intemperie, per fare visita ad un’amica malata? Lo stesso autore ci fornisce la risposta nella premessa di questo racconto tanto semplice quanto straordinario: “Volevo essere solo con me stesso”. È così che, in seguito ad una telefonata ricevuta da un amico, Werner Herzog prende una giacca, una bussola ed una sacca contenente l’indispensabile. Il 23 novembre 1974 inizia così questo viaggio.

Anni fa, quando per caso ho scoperto in biblioteca questo piccolo libro (che poi mi sono comprata), ignoravo un Herzog scrittore, conoscendolo solo come regista. Attratta non solo dalla curiosa raffigurazione in copertina, ovvero una mano che si snoda lungo un paesaggio innaturale ed innevato, ho deciso di scoprire anche questa versione. Mi sono trovata davanti un diario, un insieme di pagine personali nelle quali si raccontava, con annesse dettagliate visioni del paesaggio circostante o semplici gesti delle persone da lui incontrate nel corso del suo cammino.

Non mancano poi i pensieri personali, i ricordi che gli ritornavano alla mente passo dopo passo, nel suo lungo peregrinare solitario. È così che il nonno che per undici anni non ha voluto abbandonare la sua poltrona, convinto altrimenti che si sarebbe sgretolato “come un mucchio di sassi”, si alterna ad un grande bosco nella bufera. Passato e presente si confondono, paesaggio esterno ed interno diventano un tutt’uno nelle pagine dell’autore.

sabato, 23.11.74 . Dopo 500 metri circa ho fatto già la prima sosta all’altezza dell’ospedale di Pasing, e da lì volevo piegar netto verso occidente. Con la bussola ho fissato la direzione di Parigi, adesso la so.

Con questo incipit ha inizio il viaggio verso l’ospedale della capitale francese per andare a trovare Lotte Eisner, critica cinematografica nonché cara amica di Herzog, gravemente malata. Cominciato il 23 novembre, il percorso avrà fine poco meno di un mese dopo, ovvero sabato 14 dicembre, attraversando il confine tedesco e francese. Il tempo incontrato dal viaggiatore non è dei più incoraggianti, ma è un clima invernale anche per quanto riguarda la fauna e le persone incontrate.

[…] a forza di solitudine la voce non mi veniva più fuori, era solo un pigolio, non trovavo più la corretta attitudine per parlare e mi vergognavo. Allora ho tagliato la corda. 

Neve, vento, accenni di sole, pioggia, freddo: nulla ferma il protagonista, determinato ad arrivare alla fine del percorso prefissato con le sue sole forze, senza badare al male ai piedi, al tendine d’Achille gonfio, alla stanchezza, dormendo dove capitava e ripartendo prestissimo la mattina dopo per continuare il suo cammino, quasi alla scoperta di sé stesso.

Quello che più mi ha colpita però è ciò che vede, quasi volesse descrivere una fotografia scattata dai suoi occhi e permettere al lettore di vederla, riproduzione fedele di una personale sensazione. I suoi piedi percorrono un paesaggio cristallizzato, sottolineato da parole semplici ma che si rivelano il miglior mezzo di comunicazione per descrivere sia ciò che lo circonda che il suo animo.

[…] all’improvviso una grande radura. Tutt’intorno il bosco immobile, grande e nero, immobile e muto come un morto. E dal profondo viene il grido di una poiana. Accanto a me un fossato pieno d’acqua, lunghi ciuffi d’erba coricati sull’acqua. L’acqua è così trasparente che mi pare strano che il fosso non sia gelato. […] Un luogo desolato come questo non c’era ancora stato. […] Mi circondava un tal silenzio.

Non servono gesti eclatanti: è un’unione con la natura, immobile sotto la neve prima e la pioggia poi, ma viva sotto i piedi del pellegrino, che avanza instancabile come ciò che lo circonda, in un ciclo continuo ed inarrestabile che è la vita. La vita, proprio ciò che Herzog con il suo viaggio di propone di portare all’amica malata, come lui stesso ammette nella premessa: “Presi la strada più diretta per Parigi, nell’assoluta fiducia che lei sarebbe rimasta in vita, se io fossi arrivato a piedi”.

Un pensiero forse senza senso, ma che dà il via ad un cammino folle. In questo sta il carattere di Herzog, un aspetto di sé che (con riluttanza e solo anni dopo l’accaduto) rivelerà anche a noi tramite queste parole, questo diario. Un intenso percorso quindi non solo fisico ma anche interiore, alla scoperta del proprio io, senza cercare spiegazioni razionali.

“Le ricette della signora Tokue”, per la pace dello spirito

La settimana scorsa ho beccato per TV il film “Le ricette della signora Toku”, tratto da un libro che avevo in lista d’attesa da un bel pezzo. Dopo averlo visto, ho deciso che avevo aspettato anche troppo per tuffarmi tra le pagine di “Le ricette della signora Tokue” di Durian Sukegawa. Chissà dove si è persa la ‘e’ tra il titolo del libro e quello del film… A parte questo, è inevitabile non farsi coinvolgere dalla storia di questa signora, di un infelice gestore di un negozio di dorayaki (tipici dolcetti giapponesi) e di una ragazzina timida e taciturna, dalla complicata situazione familiare.

Dolore, riscatto, voglia di farsi accettare, amicizia, senza farsi mancare una spiritualità che (parere personale) riesco a trovare solo in questi libri. Una storia tanto comune quanto incredibilmente straordinaria. Tsujii Sentaro, un uomo per nulla amante dei dolci ma costretto a lavorare in un negozietto del settore per ripagare un debito, viene avvicinato dalla 76enne Yoshii Tokue, alla ricerca di un lavoro. La sua assunzione, oltre al miglioramento dei dolci (che la donna prepara con grande passione) ed alla maggiore clientela, ha un effetto importante anche nella vita dell’uomo e di una ragazzina, Wakana, che dopo la scuola ha questo posto come ‘punto di riferimento’.

Un quadretto che purtroppo non è destinato a durare: le ‘strane’ mani della signora, unite ad una leggera paralisi al volto, iniziano ad alimentare certe voci che poi si riveleranno vere. La donna ha sofferto di una grave malattia in gioventù, che ha lasciato il segno: poco importa che sia guarita, il passaparola ed i pregiudizi si rivelano letali per il negozietto. La donna si licenzia, anche se è ormai tardi, ma il forte legame creatosi tra lei, Sentaro e Wakana non si spezza per questo. Tre spiriti “fuori dal mondo” ma uguali tra loro, che si sono trovati, che riescono a capirsi, creando qualcosa di davvero unico. E invidiabile: sono legami che capitano una volta nella vita, se si è fortunati…

“Noi siamo nati per guardare ed ascoltare il mondo.” Questa frase, diventata un mantra per la signora, avrà un impatto profondo in Sentaro e Wakana. Finale? Non c’è finale, almeno non nel senso canonico in cui utilizziamo questo termine. L’autore ci ha solo aperto una finestra su questa storia, permettendoci di essere spettatori interessati dal momento in cui Yoshii Tokue è entrata nel “mondo”, sconvolgendo a modo suo le vite dei suoi due amici. Che, qualunque cosa accada, ne resteranno condizionati per sempre.

“Le bugie del mare”, ricerca dell’equilibrio tra le ombre del tempo

Bellissimo, un po’ amaro, magico. Ho appena chiuso “Le bugie del mare” di Kaho Nashiki, il secondo libro che ho voluto leggere di questa scrittrice. Il primo è stato “Un’estate con la strega dell’Ovest”, ma devo dire che questo mi ha coinvolta molto di più. Un posto che vorrei definire quasi fantastico, per poi avere il ritorno alla realtà, una sorta di brusco risveglio. Quasi a dire che il tempo per i sogni, le credenze di una volta, il passato sembrano ormai finiti da tempo, anche se…

Akino è un giovane studioso, l’isola di Osojima è la sua meta per compiere ricerche sul campo lasciate a metà dal suo professor Saeki. Si ritrova a viaggiare tra racconti, religioni, credenze di un tempo, suggestioni legate a questi, uniti ad un paesaggio incontaminato. Il protagonista però è anche alla ricerca di un’identità, di un equilibrio mancatogli anche per i troppi lutti famigliari che si sono susseguiti. Insieme compiamo un viaggio meraviglioso, conoscendo anche gli umiuso, le bugie del mare, gli affascinanti miraggi visibili sull’orizzonte marino.

Ma… Si giunge poi all’ultimo capitolo, a quel “Cinquant’anni dopo” che lascia un po’ spiazzati. Ci sono state delle guerre, Akino si è sposato, ha due figli grandi, è ormai un uomo anziano. Il figlio Yuji però finisce a lavorare proprio lì, su quell’isola. Un segnale, assieme ad un articolo di giornale letto per caso: deve tornare, lo vuole, desidera rivederla a tutti i costi. Ma è un vero colpo al cuore: nulla è più come prima, la mano dell’uomo moderno ha lasciato pesantemente il segno su tutto ciò che un tempo era sacro, puro, incontaminato, stavolgendolo.

“Non si può fermare tutto questo?” è la domanda di un angosciato Akino, che arriva pure a chiedersi se fosse accaduto sul serio il suo viaggio compiuto in gioventù. “Era stato tutto un sogno? Forse si era trattato di una grande allucinazione?” Ma c’è anche un’altra questione che lo inquieta. “Cinquant’anni… Che cosa avevo fatto in tutto quel tempo?” Riaffiorano pensieri antichi, dolori mai dimenticati, ma ecco ricomparire le bugie del mare! Come se in quel momento, in quella ‘nuova’ isola, tutti i tasselli fossero in qualche modo andati a posto.

“Come in una mappa tridimensionale, la mia Osojima radunava le ombre del tempo in strati sovrapposti, fra passato e presente, e cominciava una nuova esistenza dentro di me.” Un ritorno rivelatosi fondamentale per la sua identità, per il suo spirito, anche per i rapporti con la sua famiglia. Un equilibrio e una calma finalmente trovati in vecchiaia, grazie a quell’isola. Decisamente un viaggio incredibile, che ti lascia un’impressione profonda.

La numero uno, la prima intervista per il mio libro

È elettrizzante vedere il proprio libro pubblicato, ma ora viene il difficile: riuscire a fare una buona pubblicità, in modo che lo conoscano e la gente lo legga (almeno qualcuno, da sconosciuta emergente sarebbe un primo passo). Difficile capire come muoversi in generale, ancora di più nel mese di agosto e con una pandemia in atto, con conseguenti restrizioni e grandi attenzioni. A piccoli passi ci stiamo provando, intanto pubblicizzando via social o attraverso comunicati, in attesa di capire se è possibile svolgere una presentazione reale vera e propria. Nel frattempo ho realizzato una piccola intervista per parlamidite.com, anche questa una novità interessante. Mi piace riportarla anche qui, come “numero uno” è un bel ricordo.

Diana Tamantini nasce a Castelfranco Veneto, in provincia di Treviso, nel 1989. Studi scientifici e umanistici alle spalle, collabora da anni con un giornale sportivo online. Scrivere poesie è uno dei suoi hobby da quando era giovanissima. Questa è la sua prima pubblicazione.
Oggi l’autrice ci parlerà un po’ di sé e del suo libro “Echi di pensieri”.

Ci vuole dire come mai è arrivata a questa pubblicazione? È stata quasi una scommessa con me stessa. Non avevo mai pensato seriamente che fosse possibile arrivare a pubblicare qualcosa di mio. Un giorno però, non saprei bene dire perché, mi sono detta “Proviamo, chiediamo un parere!” Ho spedito la mia raccolta di poesie a Kimerik, senza aspettative, e mi hanno risposto dicendo che erano interessati a pubblicarla. È partito così questo incredibile percorso.

Quando e come nasce “Echi di pensieri”? È una sorta di ‘percorso personale’ che va avanti da parecchi anni. Momenti in cui l’umore era un po’ più basso o magari ero preoccupata per qualcosa, impressioni raccolte durante una passeggiata, più raramente una sensazione lasciata da un sogno… Sentivo il bisogno di appuntare tutto questo, di trasformare in parole queste impressioni, sempre di getto ed in versi. Non saprei dire perché, sembrava la forma più naturale e ‘diretta’. Senza accorgermene ho messo insieme una bella raccolta, che è diventata “Echi di pensieri” appunto.

Ha un profilo Social? Ci vuole dare il suo Domicilio virtuale? Sì, è un modo per tenermi informata. Su Facebook ho il mio nome e cognome, così come su Twitter (@dianatamantini) ed Instagram (@diana.tamantini). Se usati bene, i social possono essere molto utili.

Sta scrivendo? Ha altri progetti letterari nel cassetto? Al momento nulla di concreto. Ogni tanto scribacchio qualcosa, metto per iscritto qualche idea, ma non c’è un progetto concreto in cantiere. Vedremo in futuro.

Riserviamo l’ultima parte dell’intervista a domande personali. Conosciamo meglio l’autore, ci racconti, di cosa si occupa? Si vuole raccontare e vuole raccontarci il suo mondo privato? Come occupazione, alcuni anni fa ho iniziato a scrivere qualche articolo per un giornale sportivo online. Nei primi tempi era quasi un gioco, poi è diventato un lavoro, per il quale sto cercando anche di prendere il tesserino. Intanto scrivo regolarmente per un altro giornale sportivo, sempre online, e spero di arrivare a collaborare anche con un giornale cartaceo. Per quanto riguarda me, sono una persona piuttosto timida e riservata, che pensa tanto, forse troppo! Spesso e volentieri ho la testa sulle nuvole. A volte la scrittura mi aiuta anche in questo senso, a liberare un po’ la mente e a ‘tornare sulla terra’.

Cosa le piace? Leggere, scrivere e guardare tanti film! Possibilmente al cinema. Ma anche entrare in una libreria ed osservare tutti i titoli esposti per semplice curiosità. Da qualche anno poi apprezzo molto le passeggiate serali, con poca gente in giro.

Cosa non le piace? Indipendentemente dalla pandemia, non mi sono mai piaciuti molto gli assembramenti. Qualche volta non sopporto gli imprevisti, gli improvvisi cambi di programma, anche se dipende dalle circostanze.

Invece nella sua vita cosa reputa fondamentale? Avere sempre un bel libro ed un bel film a portata di mano.

Il libro più bello che ha letto negli ultimi 3 anni? Fortunatamente ce ne sono stati tanti. Dico uno di quelli che ho letto più di recente, “Prima persona singolare” di Haruki Murakami.

C’è un motto, una frase o un aforisma che potrebbe caratterizzarla? Ce ne sarebbero parecchie, ma cito questa. È tratta dal film “Basta guardare il cielo”, che mi ha colpito molto. Citando: “C’è un posto dove a volte va la mia testa. È un posto fresco, dove la luce è soffusa, e io ondeggio come una nuvola. Anzi, sono una nuvola, come quelle che si vedono in cielo in un giorno di vento. Uno non deve pensare a niente, non è niente, non è nessuno.”

Ho pubblicato un libro!

Una scommessa, nient’altro che una scommessa con me stessa. Forse perché volevo provare, volevo vedere se c’era qualcosa di valore in ciò che scribacchio a mano da anni e che tenevo solo per me. Ebbene, la mia raccolta di poesie è diventata un libro, che è stato pubblicato! Ho deciso mesi fa, di colpo e senza un perché preciso, di fare questa follia, di inviare i miei scritti alla casa editrice Kimerik. Data la mia natura ottimista, sperando in un finale degno di Snoopy. E invece…

Tenere tra le mani la mia copia zero di “Echi di pensieri” penso sia stata una delle emozioni più grandi che abbia mai provato. Da bambina uno dei miei tanti sogni era diventare una scrittrice. Ma ero piccola, e col passare degli anni avevo smesso di credere che qualsiasi cosa scrivessi potesse interessare a qualcuno. Sì, lavoro da anni per un giornale online, ma anche lì… Beh, lasciamo perdere. Lo stesso pensavo quindi per i miei “extra”.

Siamo solo all’inizio, ma vedere la mia creaturina viva, il prodotto di anni che ha assunto una sua forma, è qualcosa che non sognavo davvero di vedere realizzato. Ora viene il difficile, ovvero la pubblicità, ma è già un passo incredibile per me. Continuo ad accarezzare la mia copia, a riguardarmela, chiedendomi se non sia una volta di più il frutto della mia perenne testa sulle nuvole. No, per una volta è qualcosa di reale, di concreto. Il viaggio è appena cominciato.