“Stargate”, alla scoperta di un altro mondo

Un giochetto che mi piace particolarmente è legare libri a film. Esempio: leggere il libro e scoprirne il film che ne è stato tratto, se esiste. Oppure il contrario, quando vedo un film tratto da un libro (fedelmente o liberamente) sento l’irresistibile curiosità di scoprirlo. Con “Stargate” rientro decisamente nella seconda categoria. Conosco a memoria il film, anche se sono riuscita a rintracciare il dvd solo di recente, non conoscevo invece il libro ed ero molto curiosa di vedere le differenze.

Diciamo che per una volta sono pochissime. Sarà perché è stato scritto da Dean Devlin e Roland Emmerich, gli stessi che hanno poi dato vita al film. Quasi una sorta di “traccia”, in cui la magia è esattamente la stessa, chiaramente con dettagli in più che non sempre possono essere riportati sul grande schermo (la durata totale si allungherebbe e non di poco). La storia inizia nell’8000 a.C. in Africa, introducendo un ragazzo ‘diverso’ da tutti gli altri della sua tribù, dal destino che conosceremo solo ben più avanti.

Un breve antefatto per poi passare al 1928: siamo a Il Cairo, un giorno viene ritrovato un gigantesco anello di un materiale che non esiste sulla Terra, assieme (tra le altre cose) ad un cartiglio con segni ignoti. Catherine, figlia di nove anni del professor Langford, uno degli autori della straordinaria scoperta, giura a se stessa di venire a capo di tutto questo, dedicando la sua intera esistenza alla ricerca. Passano decenni ed arriviamo ai “giorni nostri” a Los Angeles: incontriamo Daniel Jackson, accanito studioso di egittologia, quindi un luminare in questo campo, se così possiamo dire.

Ma è un giovane detestato per le sue conclusioni “eccentriche”, “da fuorviato”, sulla storia dell’Antico Egitto. Finché Catherine, ormai anziana signora ma presente ad una delle sue conferenze (risoltasi con la classica presa in giro da parte degli eminenti professori presenti), non vede in lui la possibilità di risolvere ciò che sta studiando da tantissimo tempo. Daniel ci riesce: scopriamo così la Porta delle Stelle, lo Stargate: una volta avviato, questa incredibile tecnologia che lo muove porterà lui ed un gruppo di militari dall’altra parte dell’universo conosciuto.

Qui inizia però un’avventura ben diversa dalle previsioni: alla ricerca della ‘combinazione’ per riavviare l’anello e tornare sulla Terra, gli uomini scoprono un nuovo mondo, un popolo primitivo, ma anche il destino di quel ragazzo citato all’inizio del libro. Un giovane destinato a grandi cose, ma allo stesso tempo terribili. Una scrittura che tiene incollati fino alla fine, un vero classico del genere, consigliatissimo per tutti gli amanti della fantascienza.

“Echi di pensieri”: commenti, interviste, recensioni

“Si fa sempre fatica ad investire in uno scrittore esordiente, spesso si punta su “nomi noti”. Nel settore della poesia poi è ancora più complicato. Ma ho voluto fare un tentativo.” Torno a parlare della mia creaturina “Echi di pensieri” con questo estratto di un’intervista che ho realizzato di recente. Non è una critica a chissà chi eh, sia chiaro, ma solo una constatazione di quanto sia difficile emergere partendo dal nulla. Ma ci sto comunque provando, chiedendo chiaramente qualche aiuto a persone ben più esperte nel settore per un po’ di pubblicità in più.

Mi fa comunque piacere avere qualche citazione, qualche post social o qualche articolo che parla del mio libro di poesie. L’emozione più grande è stata certo l’essere andata al Salone del Libro di Torino per parlarne con la mia casa editrice, piccola parte di un mondo fantastico. Parlando col ‘capo’, con la ragazza addetta al bancale, più un una bella chiacchierata assieme alla mitica Giusy Nicosia, qui il video dell’evento. Ma in seguito altre citazioni, spero le prime di molte! Voglio raccoglierle qui, per ricordare il mio tentativo.

Recensione “Echi di pensieri”, raccolta di poesie – Kiamarsi Magazine

Intervista TV, Puntata n° 167 – Vox Libri

Recensione Instagram – Farmacia Letteraria

“Echi di pensieri”, una toccante raccolta di poesie – weeklymagazine.it

“Echi di pensieri”, intensa raccolta di poesie – lsdmagazine.com

“Echi di pensieri” la raccolta poetica di Diana Tamantini – oltrelecolonne.it

Intervista a Diana Tamantini, autrice di “Echi di pensieri” – bologna.nightiguide.it

Diana Tamantini autrice de: “Echi di pensieri”, l’intervista – quotidianosociale.it

Citazione in “Libro Incontro” – Retesole

“Echi di pensieri”, raccolta poetica – lavocedivenezia.it/laprimapagina.it

Vi presento un’esordiente – libriedesordienti.it

“Echi di pensieri” – iltitolo.it

Recensione Instagram – Rubrica: Ti presento un libro – Debbie_Soncini

Recensione – lifefactorymag.com

Recensione “Echi di pensieri” – Libri ed Esordienti + Intervista video

Segnalazione – onlybookslover.it

“Tre piani”, Eshkol Nevo: normalità e complessità dell’essere umano

Lo scorso weekend ho vissuto tutta l’emozione del mio primo Salone del Libro di Torino. Ma prima c’era il viaggio, un lungo ed estenuante viaggio in treno condito da scioperi e conseguenti ritardi. Il guaio è stato che ho finito presto di leggere ciò che mi ero portata dietro, quindi è stato un sollievo trovare in stazione, durante una delle lunghe attese, un angolo in cui c’era anche qualche libro. È stato così che ho portato via con me “Tre piani” di Eshkol Nevo, che non conoscevo. Ma che mi ha letteralmente catturata.

La cosa bella e che mi ha sempre colpita di più? Non stiamo parlando di storie impossibili, ma di fatti comuni, di persone normali alle prese con problemi familiari più o meno seri, che portano a determinate conseguenze. Come si reagisce di fronte ad uno strano “rapimento” di tua figlia da parte di un vicino di cui ti fidavi? Come si combatte la paura di cadere preda della follia quando hai avuto tua madre come esempio in casa? Come ci si comporta di fronte ad un figlio che non ne vuole sapere di te ed alla scomparsa di tuo marito?

Non esistono le risposte giuste o sbagliate, né i comportamenti giusti o sbagliati. E Nevo non pone giudizi né chiede che noi lo facciamo, ma ci espone le storie come sono avvenute, anzi le racconta in prima persona, ovvero dal punto di vista di chi reagisce in base ad un fatto accaduto personalmente, cercando il modo di andare avanti ma provando ad imparare a gestire qualcosa che non è semplice da capire. Tre piani di uno stesso abitato, tre piani anche del proprio essere, come le istanze freudiane che vengono citate nell’ultima storia. Un filo conduttore di tutto ciò che ci è stato raccontato delle tre famiglie menzionate.

C’è un finale? C’è una morale? Decisamente no, se non quella che ognuno vuole trarre in base alla sua sensibilità. Semplicemente Nevo ci concede un’occhiata all’interno delle vite di Arnon, Ayelet e le loro figlie, e trasversalmente dei due vicini di casa Ruth e Hermann, in seguito di Hani, mamma di due bambini e moglie di Assaf, e del cognato Eviatar, infine di Dvora, vedova in pensione e madre di un figlio che ha ormai tagliato tutti i ponti. Un’occhiata ai loro improvvisi ‘passi importanti’ che porterebbero a drastiche conseguenze sul loro futuro, a stravolgimenti radicali forse anche cercati. Un ‘grido’ improvviso, un click stonato che cambia la loro normalità.

Il piacere di viaggiare in treno unito alla bellezza di un libro di questo tipo. Il treno è il mio mezzo di trasporto preferito (e non solo per il fatto di non accusare alcun malessere), godermi il viaggio con un amico-libro è stato un piacere. “Tre piani” è decisamente un racconto dell’essere umano, della sua normalità ed umanità, tra errori, pensieri e gesti che ci accomunano tutti, seppur diversamente a seconda delle persone che siamo.

“La vita inizia quando trovi il libro giusto”: leggerezza con brio

Qualche volta per scrivere serve l’ispirazione. O la voglia, o un mix di tutt’e due. Aggiungendo che non sempre si riescono a trovare le parole adatte per descrivere qualcosa che ci è piaciuto molto. Ci si sente a volte inadeguati, o non vengono i termini giusti, pur avendo i concetti chiari e limpidi nella mente. Un libro come “La vita inizia quando trovi il libro giusto” però è stato sicuramente di ispirazione. L’avevo letto anni fa, l’ho ripreso in mano per ‘qualcosa di leggero’ e come la prima volta non mi ha delusa.

La prima volta che l’ho letto è stato una sorta di ‘stacco’ dopo “Le anime morte” di Gogol e “L’insostenibile leggerezza dell’essere” di Kundera. Bellissimi, ma mi serviva una specie di riposo con qualcosa di più leggero ed un libro di questo tipo devo dire che è servito proprio a questo scopo. La protagonista è una giovane donna, Frankie, scrittrice alle prese con il classico blocco, oltre a vari altri pensieri ed una vita tra alti e bassi. Accanto a lei ci sono la sua migliore amica Cat, incinta e con sbalzi d’umore (e dalle idee folli), il 17enne migliore amico Sebastian, una madre spesso presente ma a volte in momenti inopportuni, un padre molto (troppo) silenzioso. Il centro è soprattutto la libreria in cui le due ragazze lavorano, di proprietà di Claud, il marito di Cat. Le due donne sono veri e propri “topi di libreria”, come loro stesse si definiscono: appassionate di lettura, passano le giornate tra argomenti seri, chiacchierate più allegre e discorsi a tema letterario.

La situazione subisce una svolta quando Cat e Frankie hanno un’idea per trovare un ragazzo alla seconda: Frankie comincia a lasciare in treno o sulla banchina in stazione libri a lei molto cari, con dentro un contatto per rintracciarla. Se all’inizio è un modo per trovare un compagno, in seguito ogni appuntamento diventa un argomento da trattare in un blog personale, con post che riscuotono sempre più successo. Un modo per ‘aggirare’ il blocco dello scrittore e così liberarsene, anche se questo suo comportamento (soprattutto per quanto riguarda gli appuntamenti) le causerà non pochi problemi con il nuovo compagno Sunny che, ironia del destino, ha gusti diametralmente opposti ai suoi in fatto di libri.

Ciò che mi ha colpito particolarmente è il modo di scrivere, come sempre particolarmente importante. La freschezza, la leggerezza ma nel frattempo la capacità di farti ‘vivere’ i personaggi della storia. Se vogliamo non si tratta di un libro di ‘alta letteratura’, ma mi ha completamente assorbita. Non è così scontato che io, pur essendo una gran lettrice, finisca un libro in appena due giorni. Quando ho parlato di ispirazione intendevo anche solo mettere le parole insieme, riuscire a scrivere qualcosa che non fosse solo un articolo di giornale o un appunto sull’agenda. Riuscire a buttare giù qualcosa mi è sempre d’aiuto, e devo dire che un libro scritto con questa vivacità è stato importante in questo senso.

Quando si dice un post/recensione/non so che particolarmente atipico. Certi dicono che scrivere di getto, senza rileggere quello che si è messo prima, rivela senza tanti ghirigori quello che si pensa, una parte in un certo senso non costruita di se stessi. In ogni caso, libro consigliatissimo per riflettere senza tante paranoie (cosa che solitamente faccio da me, ma questo è un altro discorso). Assolutamente da leggere.

Il mio “Echi di pensieri” al Salone del Libro di Torino!

Poco tempo fa ho scritto un post riguardo la mia “follia”, ovvero il fatto di aver mandato una mia raccolta di poesie alla casa editrice Kimerik, senza aspettative. Le emozioni continuano: la mia creaturina, “Echi di pensieri”, sarà alla Fiera del Libro di Pisa, alla quale purtroppo non posso partecipare di persona. Ma dal 14 al 18 ottobre ci sarà il Salone del Libro di Torino, io ci sarò!

La mia prima presentazione con il mio libro, in particolare ad un evento così prestigioso. Parlare di emozioni è davvero dire poco, sono letteralmente elettrizzata! Un altro piccolo passo avanti dopo il mio “azzardo”, vedremo dove mi porterà quest’altro bel viaggio, per la prima volta a Torino. Ringraziando la mia cara amica per l’ospitalità in quei giorni, visto sono non sono proprio dei dintorni… Ma sarà fantastico, con giustificata punta di ‘paura dell’ignoto’ non vedo davvero l’ora!

“La pedina sullo scacchiere”, inettitudine senza rimpianti

Probabilmente in ritardo, ma infine sono riuscita a leggere qualcosa della grande scrittrice Irène Némirovsky. Non so perché, ma non volevo iniziare dal celeberrimo “Suite francese”, ma possibilmente avvicinarmi a lei partendo da qualcosa di meno conosciuto e magari trovato per caso facendo un giro in libreria. È così che mi sono ritrovata tra le mani “La pedina sullo scacchiere” e, come accade spesso e volentieri i grandi scrittori, mi ha catturata totalmente.

Non ho mai imparato a giocare né a dama né a scacchi. Quel poco che so l’ho letto in giro, senza mai avere la possibilità di metterlo in pratica. Forse è proprio per questa mia mancanza che in un certo senso ne subisco il fascino, probabilmente per quell’aura di mistero che emanano quelle pedine. Non nego che questo mio pensiero possa aver fortemente influenzato la mia scelta, rivelatasi una nuova interessante sfida da affrontare. No, questo libro non ha nulla a che vedere con scacchi o dama, ma il titolo mi ha incuriosito molto e ho scoperto così Némirovsky.

La scena si apre in una giornata normale di una persona comune: Christophe Bohun è un semplice impiegato in un’agenzia un tempo di proprietà del padre, poi fallita e rilevata dall’ex socio del genitore. Ciò su cui la scrittrice però vuole attirare la nostra attenzione è il legame tra una vita piatta, spesso priva di qualsiasi gioia, e la conseguente psicologia dell’uomo. Non si tratta di un eroe di tutti i giorni né tantomeno di qualcuno che nel corso della storia cerca una svolta nella sua macchinosa e monotona esistenza, ma al contrario ci sguazza dentro.

Bohun è la rappresentazione dell’essere umano tra le due guerre, desideroso di pace e di abbondanza ma incapace di muovere un dito per raggiungere questi obiettivi e quindi preda arrendevole ed indifesa, destinata all’insoddisfazione ed alla depressione. Una moglie che non ama, un figlio che gli è estraneo, amante di un’ex fidanzata di gioventù con cui si illude di trovare ancora una breve scintilla di vitalità, disprezzato sul lavoro dal suo capo che lo tiene solo per il cognome che porta, figlio di un vecchio malato che non lo riconosce come suo eguale. Una triste esistenza senza scopo, che potrebbe continuare all’infinito.

La fine in un certo senso per me è stata una sorpresa: quest’uomo infatti, vittima dell’inettitudine, di un’aridità d’animo e di una solitudine a lungo psicologica, diventata infine vera e propria, riesce a compiere un forte gesto, dando una svolta alla sua vita. A lungo una pedina manovrata sullo scacchiere, improvvisamente Christophe decide di realizzare la sua personale mossa, una spinta che lo porterà a rendersi conto (anche se con freddezza e distacco) di ciò che è stata la sua esistenza.

Uno stile secco, preciso, chiaro quello adottato dalla scrittrice, che vuole sottolineare come questo personaggio sia stato incapace di reagire a qualsiasi sollecitazione esterna per lungo tempo. Sono parole forti quelle che Némirovsky fa pronunciare al suo protagonista alla fine: è un’ammissione di aver fallito, ma senza particolari rimpianti, accettando senza battere ciglio qualsiasi cosa accada.

“Lo specchio nello specchio”, Michael Ende – Nel labirinto della mente

Spesso quando entro in libreria scelgo in base a concetti sentiti, nomi letti da qualche parte, autori che mi sono stati nominati. Non sempre, nel senso che alcune volte mi lascio ispirare dalla copertina, o dal titolo, totalmente al buio. Per questo libro però ho seguito il primo ‘criterio’: certo Michael Ende è molto conosciuto, ma (mea culpa) fino a quel momento avevo letto solo “La storia infinita”. Grazie ad un pit stop assieme ad un’amica in una libreria poco lontana da casa, spinte da qualche sconto, ecco che ho portato a casa “Lo specchio nello specchio”.

Prima di tutto mi ha attirato il concetto di specchio, questo comunissimo oggetto che però rimanda ad un’idea decisamente più profonda di ciò che riguarda la realtà. Una visione se vogliamo completamente diversa ed a tratti distorta, un concetto che ho ‘conosciuto’ ed apprezzato molto in svariati film. Penso a due dei miei registri preferiti: “Lo specchio” di Andrej Tarkovskij o “Come in uno specchio” e “L’immagine allo specchio” di Ingmar Bergman. Rappresentazioni e racconti che inevitabilmente lasciano un segno. Partendo da qui, ma anche attratta dalla copertina (mi ricorda “La scala a chiocciola”, il gran film del ’46 di Siodmak) ho deciso di portarlo a casa con me.

La sensazione che lascia, anche se forse riassumerlo così non gli rende abbastanza giustizia, è incredibile: fin dalle prime pagine si viene catapultati in un’esperienza surreale ed onirica, ricca di storie poetiche e personaggi bizzarri. Non c’è un punto di partenza, ci si ritrova nel mezzo dell’azione, protagonista ‘fantasma’ ed inconsapevole di un racconto che inevitabilmente diventa proprio. Con la sua incredibile scrittura Ende è riuscito a fare esattamente questo: ogni personaggio raccontato in queste 30 storie esprime ogni piccolo sentimento mai provato da un essere umano ed ognuno di noi, leggendo anche solo una qualsiasi delle vicende qui raccolte, ci si riconosce.

Fin dalle prime righe siamo l’eco di un grido inascoltato, diventando poi parte di un labirinto dal quale è impossibile fuggire, assistendo a metamorfosi che potrebbero sembrare assurde o aspettando eternamente un non ben identificato evento che potrebbe avvenire. Diventiamo tutti funamboli che perdono l’equilibrio o ballerini in attesa che si alzi il sipario, immersi in luoghi e paesaggi che cambiano continuamente a seconda della direzione in cui Ende spinge i nostri occhi, mentre nelle orecchie ascoltiamo parole che potrebbero sembrare insensate.

C’è tutto questo in “Lo specchio nello specchio”, un insieme di racconti che hanno il solo scopo di spingerci a considerare tutto ciò che abbiamo vissuto, cercando se possibile di trovare un senso a parole, fatti ed eventi. Un libro che sembra dirci che solo così potremo capire dove ci porta il tortuoso e sinistro sentiero nel labirinto della nostra mente, aiutandoci a comprendere ciò che noi siamo in realtà.

“L’oblio che saremo”, Héctor Abad – Non vendetta, ma ricordo

“Conservai per anni, segretamente, quella camicia insanguinata. […] Non so perché la conservai. Era come se volessi tenerla lì, come un pungolo, […] come la promessa che avrei vendicato la sua morte. L’ho bruciata scrivendo questo libro perché ho capito che l’unica vendetta, l’unico ricordo, e anche l’unica possibilità di oblio e di perdono consisteva nel raccontare quanto era accaduto, e nient’altro.” 

Come si riesce a parlare di un genitore al quale si era profondamente legati? Come si riesce a scriverne senza lasciar trasparire odio o desiderio di vendetta per un assassinio rimasto senza colpevoli? Forse è stato proprio per il profondo affetto e la stima incondizionata per quell’uomo che Héctor Abad Faciolince, figlio di Héctor Abad Gómez (medico, professore universitario e presidente del Comitato per i Diritti Umani), riesce a regalarci un libro ricco, malinconico, a tratti tanto crudo e diretto nel descrivere la situazione del suo paese, la Colombia, che quasi non ci si crede.

Ho ritrovato “L’oblio che saremo” sistemando alcuni dei tanti (troppi?) libri nella mia piccola stanza, rivedendo così anche qualche appunto preso la prima volta che l’ho letto. Una pubblicazione del 2006, uno dei tre di questo autore arrivati in Italia. Curioso il titolo, in spagnolo “El olvido que seremos”, ma si tratta di un verso di Borges volutamente ‘preso in prestito’ per evocare la fugacità del tempo e della vita umana. Un racconto di persone, fatti e luoghi destinati (come tutto) ad essere prima o poi dimenticati. L’autore però ha voluto farli rivivere, ripercorrendo gli anni della sua infanzia e giovinezza attraverso le vite di chi è prematuramente scomparso.

“Nella casa vivevano 10 donne, un bambino e un uomo. […] Il bambino, io, amava quell’uomo, suo padre, sopra ogni cosa.” Con pochissime parole iniziali, Abad è riuscito a darci fin da subito un’idea di quanto la figura del genitore abbia significato per lui. Unico maschio dei sei figli di Héctor Abad Gómez e della moglie, fin da subito ci permette di entrare nell’intimità della sua vita, di capire quanto potente fosse il rapporto tra lui ed il padre, un legame che l’ha senza dubbio segnato per la vita. Non stiamo parlando di un uomo perfetto, ma di un uomo che ha vissuto sempre secondo i suoi ideali, non cedendo a compromessi e desiderando solo l’equità e la giustizia sociale.

Héctor Abad Gómez era una persona semplice, laureatasi in Medicina e diventata in seguito professore universitario a Medellín, dove viveva con la famiglia, a cui era molto legato. Stiamo parlando della Colombia, un paese descritto come nella morsa del narcotraffico e di politici senza scrupoli. Abad padre, uomo di profonda cultura, amante dei libri e della musica (passioni che ha trasmesso anche al figlio), ha trascorso la sua vita a lottare perché tutti, in particolare i poveri del paese, avessero un minimo di istruzione, perché venissero garantiti i diritti umani, perché soprattutto avessero di che sfamarsi e di che curarsi in caso di malattia. Due fattori per lui legati da un rapporto causa-effetto.

Come detto, non viene descritto un uomo perfetto, visto che lo stesso figlio ne parla come una persona a volte ingenua, o a tratti troppo testarda nelle sue battaglie, o addirittura ‘esagerata’ nell’affetto che trasmetteva alla moglie ed ai figli (la morte della figlia Marta per malattia è infatti stato un colpo che l’ha profondamente segnato). Ciò che traspare in particolare però è la profonda genuinità di questa persona, che non ha mai rinunciato alle sue idee pur avendo tante persone contro. Anche quando sapeva di essere ormai segnato come ‘pericolosissimo comunista’ (come verrà chiamato anni dopo davanti ad un nipote), quindi da eliminare.

Il 25 agosto 1987 è il giorno in cui Héctor Abad Gómez viene ritrovato ucciso per strada. Lo sanno tutti che i responsabili sono i cosiddetti squadroni della morte, ma nessuno pagherà mai per questo crimine, uno purtroppo dei tantissimi che vengono elencati nel corso del libro. Professori, studenti, artisti, oppositori politici o meno: bastava davvero poco per essere etichettati come ‘traditori’ ed essere quindi segnati o, molto più spesso, letteralmente tolti di mezzo. Come appunto è successo al padre dell’autore, un uomo che voleva solo l’uguaglianza sociale, cercando nel suo piccolo di apportare qualche miglioramento in questo mondo.

Personalmente ritengo che sia un libro che lascia davvero un segno in chi decide di conoscere un po’ meglio questa parte di storia. Attraverso la sua vita e quella della sua famiglia, Héctor Abad Faciolince ci racconta uno spaccato della sua Colombia (nella quale è riuscito a tornare definitivamente nel 1992 dopo essere rimasto per anni in Italia), un paese diviso da violenze di ogni tipo, nel quale però riesce a dare la giusta luce alla figura del padre. Non c’è desiderio di vendetta, ma si tratta davvero di un libro prezioso, una testimonianza della vita e delle gesta di un ‘piccolo’ uomo, reso immortale dalle parole del figlio.

“Sentieri nel ghiaccio” – Diario di viaggio di Werner Herzog

Che cosa spinge un uomo a percorrere a piedi la strada che separa Monaco da Parigi, nel peggior periodo dell’anno e sfidando ogni genere di intemperie, per fare visita ad un’amica malata? Lo stesso autore ci fornisce la risposta nella premessa di questo racconto tanto semplice quanto straordinario: “Volevo essere solo con me stesso”. È così che, in seguito ad una telefonata ricevuta da un amico, Werner Herzog prende una giacca, una bussola ed una sacca contenente l’indispensabile. Il 23 novembre 1974 inizia così questo viaggio.

Anni fa, quando per caso ho scoperto in biblioteca questo piccolo libro (che poi mi sono comprata), ignoravo un Herzog scrittore, conoscendolo solo come regista. Attratta non solo dalla curiosa raffigurazione in copertina, ovvero una mano che si snoda lungo un paesaggio innaturale ed innevato, ho deciso di scoprire anche questa versione. Mi sono trovata davanti un diario, un insieme di pagine personali nelle quali si raccontava, con annesse dettagliate visioni del paesaggio circostante o semplici gesti delle persone da lui incontrate nel corso del suo cammino.

Non mancano poi i pensieri personali, i ricordi che gli ritornavano alla mente passo dopo passo, nel suo lungo peregrinare solitario. È così che il nonno che per undici anni non ha voluto abbandonare la sua poltrona, convinto altrimenti che si sarebbe sgretolato “come un mucchio di sassi”, si alterna ad un grande bosco nella bufera. Passato e presente si confondono, paesaggio esterno ed interno diventano un tutt’uno nelle pagine dell’autore.

sabato, 23.11.74 . Dopo 500 metri circa ho fatto già la prima sosta all’altezza dell’ospedale di Pasing, e da lì volevo piegar netto verso occidente. Con la bussola ho fissato la direzione di Parigi, adesso la so.

Con questo incipit ha inizio il viaggio verso l’ospedale della capitale francese per andare a trovare Lotte Eisner, critica cinematografica nonché cara amica di Herzog, gravemente malata. Cominciato il 23 novembre, il percorso avrà fine poco meno di un mese dopo, ovvero sabato 14 dicembre, attraversando il confine tedesco e francese. Il tempo incontrato dal viaggiatore non è dei più incoraggianti, ma è un clima invernale anche per quanto riguarda la fauna e le persone incontrate.

[…] a forza di solitudine la voce non mi veniva più fuori, era solo un pigolio, non trovavo più la corretta attitudine per parlare e mi vergognavo. Allora ho tagliato la corda. 

Neve, vento, accenni di sole, pioggia, freddo: nulla ferma il protagonista, determinato ad arrivare alla fine del percorso prefissato con le sue sole forze, senza badare al male ai piedi, al tendine d’Achille gonfio, alla stanchezza, dormendo dove capitava e ripartendo prestissimo la mattina dopo per continuare il suo cammino, quasi alla scoperta di sé stesso.

Quello che più mi ha colpita però è ciò che vede, quasi volesse descrivere una fotografia scattata dai suoi occhi e permettere al lettore di vederla, riproduzione fedele di una personale sensazione. I suoi piedi percorrono un paesaggio cristallizzato, sottolineato da parole semplici ma che si rivelano il miglior mezzo di comunicazione per descrivere sia ciò che lo circonda che il suo animo.

[…] all’improvviso una grande radura. Tutt’intorno il bosco immobile, grande e nero, immobile e muto come un morto. E dal profondo viene il grido di una poiana. Accanto a me un fossato pieno d’acqua, lunghi ciuffi d’erba coricati sull’acqua. L’acqua è così trasparente che mi pare strano che il fosso non sia gelato. […] Un luogo desolato come questo non c’era ancora stato. […] Mi circondava un tal silenzio.

Non servono gesti eclatanti: è un’unione con la natura, immobile sotto la neve prima e la pioggia poi, ma viva sotto i piedi del pellegrino, che avanza instancabile come ciò che lo circonda, in un ciclo continuo ed inarrestabile che è la vita. La vita, proprio ciò che Herzog con il suo viaggio di propone di portare all’amica malata, come lui stesso ammette nella premessa: “Presi la strada più diretta per Parigi, nell’assoluta fiducia che lei sarebbe rimasta in vita, se io fossi arrivato a piedi”.

Un pensiero forse senza senso, ma che dà il via ad un cammino folle. In questo sta il carattere di Herzog, un aspetto di sé che (con riluttanza e solo anni dopo l’accaduto) rivelerà anche a noi tramite queste parole, questo diario. Un intenso percorso quindi non solo fisico ma anche interiore, alla scoperta del proprio io, senza cercare spiegazioni razionali.

“Le ricette della signora Tokue”, per la pace dello spirito

La settimana scorsa ho beccato per TV il film “Le ricette della signora Toku”, tratto da un libro che avevo in lista d’attesa da un bel pezzo. Dopo averlo visto, ho deciso che avevo aspettato anche troppo per tuffarmi tra le pagine di “Le ricette della signora Tokue” di Durian Sukegawa. Chissà dove si è persa la ‘e’ tra il titolo del libro e quello del film… A parte questo, è inevitabile non farsi coinvolgere dalla storia di questa signora, di un infelice gestore di un negozio di dorayaki (tipici dolcetti giapponesi) e di una ragazzina timida e taciturna, dalla complicata situazione familiare.

Dolore, riscatto, voglia di farsi accettare, amicizia, senza farsi mancare una spiritualità che (parere personale) riesco a trovare solo in questi libri. Una storia tanto comune quanto incredibilmente straordinaria. Tsujii Sentaro, un uomo per nulla amante dei dolci ma costretto a lavorare in un negozietto del settore per ripagare un debito, viene avvicinato dalla 76enne Yoshii Tokue, alla ricerca di un lavoro. La sua assunzione, oltre al miglioramento dei dolci (che la donna prepara con grande passione) ed alla maggiore clientela, ha un effetto importante anche nella vita dell’uomo e di una ragazzina, Wakana, che dopo la scuola ha questo posto come ‘punto di riferimento’.

Un quadretto che purtroppo non è destinato a durare: le ‘strane’ mani della signora, unite ad una leggera paralisi al volto, iniziano ad alimentare certe voci che poi si riveleranno vere. La donna ha sofferto di una grave malattia in gioventù, che ha lasciato il segno: poco importa che sia guarita, il passaparola ed i pregiudizi si rivelano letali per il negozietto. La donna si licenzia, anche se è ormai tardi, ma il forte legame creatosi tra lei, Sentaro e Wakana non si spezza per questo. Tre spiriti “fuori dal mondo” ma uguali tra loro, che si sono trovati, che riescono a capirsi, creando qualcosa di davvero unico. E invidiabile: sono legami che capitano una volta nella vita, se si è fortunati…

“Noi siamo nati per guardare ed ascoltare il mondo.” Questa frase, diventata un mantra per la signora, avrà un impatto profondo in Sentaro e Wakana. Finale? Non c’è finale, almeno non nel senso canonico in cui utilizziamo questo termine. L’autore ci ha solo aperto una finestra su questa storia, permettendoci di essere spettatori interessati dal momento in cui Yoshii Tokue è entrata nel “mondo”, sconvolgendo a modo suo le vite dei suoi due amici. Che, qualunque cosa accada, ne resteranno condizionati per sempre.