“Tradurre una poesia è come… Farsi la doccia con l’impermeabile”.
Sono passati vari anni da quando ho visto “Paterson”, uscito nel 2016: uno dei cosiddetti ‘film minori’ che apprezzo tantissimo perché secondo me raccontano le storie più belle e vere, quelle che ti fanno pensare e lasciano un segno. Da poetessa a tempo perso (fin da piccola scrivo poesie, o tentativi, quando sono ispirata o quando sono triste) mi ha colpito profondamente e spesso mi capita ancora di pensarci. È dello stesso genere del più recente “Perfect Days” di Wim Wenders, il papà di un altro esempio di eccezionale poesia secondo me, “Il cielo sopra Berlino”.
Ce ne sarebbero tantissimi da citare, troppi e spesso troppo trascurati… Non ho mai dimenticato ad esempio “L’attimo fuggente” (“Dead Poets Society”) di Peter Weir, altro capolavoro di questo tipo. La poesia, l’essenza dello spirito umano, quello bello, che esalta ogni piccola cosa rendendola speciale: non serve nulla di particolare o eccezionale, ma è proprio questo il vero miracolo. Sono pure riuscita a leggere che è un film noioso, ma liquido questi commenti in una sola maniera: non tutti hanno una certa sensibilità.
Paterson: poesia e bellezza nella quotidianità
Alla regia il sempre grande Jim Jarmusch, davanti alla telecamera uno strepitoso Adam Driver nelle vesti di Paterson, il protagonista: un autista di autobus timido e silenzioso, che sotto questo suo ruolo pubblico è un poeta di incredibile sensibilità. Nelle pause dal lavoro, o quando capita, appunta tutto su un suo taccuino, raccontando il mondo da un punto di vista delicato e speciale. È anche innamoratissimo della moglie Laura, interpretata dalla splendida Golshifteh Farahani, sua prima sostenitrice e ammiratrice delle sue poesie, partner e musa insostituibile di Paterson, che anzi vorrebbe che il marito pubblicasse ciò che scrive. Questa poesia che compare nel film è dedicata a lei.

La rinascita
Un giorno però il colpo di scena: tutto è perduto quando il taccuino, lasciato un’unica volta a casa incustodito, viene letteralmente distrutto da Marvin, il cane della coppia. Non rimangono che coriandoli, le poesie sono tutte perdute, per la grande delusione di entrambi i coniugi. Ma tutto riparte quando Paterson si reca ad ammirare le Great Falls del fiume Passaic. Accanto a lui si siede un poeta giapponese: nella conversazione sulla poesia che ne segue spunta anche la frase citata in alto, che mi ha colpita fin da subito.
Paterson non dice mai che è un poeta, ma le anime affini si riconoscono senza tante parole… L’uomo se ne va regalandogli un nuovo taccuino: un invito a scrivere, a riprendere da dove s’è fermato, cosa che il protagonista farà senza indugi. La poesia, la delicatezza, la bellezza non sono perdute, ma rinascono dalle ceneri di quanto è stato cancellato prima, con una nuova consapevolezza. Un gioiellino di film che non deve andare perduto.

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