“Suisen”, ovvero l’amaro destino di un Narciso

Il problema dei libri di Aki Shimazaki è uno solo: si leggono tutto d’un fiato e finiscono troppo presto. Dopo un bel periodo senza riuscire a leggere, ecco che mi sono reimmersa, ancora una volta con un libro giapponese. Il terzo ‘capitolo’ della sua pentalogia dopo “Azami” e “Hōzuki”, ovvero “Suisen”. Ritorna anche in questa occasione uno dei personaggi del primo libro, ma devo dire che stavolta mi ha colpita ancora di più dei due precedenti.

Anzi, direi che delle tre storie raccontate è quella che lascia più amaro in bocca, almeno secondo il mio modestissimo parere. Protagonista è Gorō Kida, presidente di una rinomata società di importazione di liquori di prima qualità. Un uomo all’apparenza forte e sicuro di sé, dalla vita apparentemente perfetta, quella che chiunque potrebbe desiderare. Un palco, un teatro che scricchiolava da tempo… Ne avevamo avuto un primo vago assaggio in “Azami”, ne abbiamo la conferma in questo libro fin dalle primissime battute.

Un personaggio per cui almeno personalmente ho provato differenti sentimenti: disgusto per l’ipocrisia che mostra continuamente, convinto di essere sempre nel giusto. Ma sul finale devo dire che dopotutto ho provato molta pena per lui. Chiuso nella sua mentalità e nella sua linea di pensiero, non si è mai accorto di quanto succedeva intorno a lui finché non si è ritrovato faccia a faccia con i nuovi ed inevitabili sviluppi della sua vita. Capitati per mano di altri, e dei quali lui aveva sempre ignorato (o non colto?) i continui segnali, perso nel suo “mondo perfetto”.

Il finale è una durissima lezione per Gorō Kida, il Suisen, il Narciso della situazione, sempre al centro dell’attenzione, ma l’avrà imparata? Aki Shimazaki, che ci ha esposto tutti i fatti senza alcun parere, non ci fornisce una lettura univoca: potrebbe darsi di sì, ma potrebbe essere anche solo un momento effimero. O almeno questa è la mia personale conclusione. Ma bisogna nel suo passato, in una famiglia come sempre non perfetta, ma che ha condizionato la sua vita… Anche se con ritardo, bisogna finalmente ‘aggiustare’ ciò che si è rotto. Ma il ‘seguito’ dipenderà dalla sensibilità del lettore.

Insonnia, film e Wong Kar-wai, uno stile unico

Ogni tanto (spesso) osservo questo blog e mi rendo conto di essere abbastanza incostante. A mia discolpa, sono una serie di circostanze. In primis il lavoro (non capisco come mai in ogni stagione si moltiplichi a dismisura) e, nonostante la stanchezza, attacchi di incapacità di addormentarmi ad un orario decente, o addirittura di dormire. Risultato: un zombie che si aggira ovunque come un’ombra. E che sta di nuovo faticando a leggere…

Visto il ciclico problema insonnia, per evitare il nervoso mi metto a guardare film finché non sento gli occhi che bruciano. A volte faccio tranquillamente mattina… Ma è così che in questi ultimi mesi ho avuto l’occasione di scoprire anche il cinema di Wong Kar-wai e, neanche a dirlo, ad innamorarmene. “Chungking Express”, “In the Mood for Love”, “Happy Together”, “2046”, il corto “There’s Only One Sun”. Letteralmente affascinata da queste perle, dalla regia e da Tony Leung Chiu-wai.

Storie raccontate in una maniera molto diversa da quelle viste finora. Il caso che si inserisce nella routine, portando a svariati stravolgimenti nelle vite dei protagonisti… Spesso portando ad un finale diametralmente opposto al “lieto fine” delle favole: il più fedele alla realtà, e che apprezzo maggiormente. Ma sono le immagini a renderlo unico: le inquadrature, i colori, le espressioni, la fotografia… Un modo per me meraviglioso di raccontare le storie, unite a musiche sempre adatte.

Tony Leung poi, in questi film “attore-feticcio” di Wong Kar-wai, è letteralmente magistrale in ogni parte. Dal poliziotto di “Chungking Express” allo scrittore di “2046”, semplicemente mi ha colpito molto per la sua bravura. Punto a recuperarlo anche nei film con altri registri, tempo permettendo… Una volta di più, nuove perle che riescono a ravvivare la mia passione per il cinema.

“Homo domesticus”, alle origini de “Il pianeta selvaggio”

Dopo essere rimasta completamente affascinata da “Il pianeta selvaggio” mi sono messa a cercare in internet. Volevo a tutti i costi il libro da cui era stato tratto questo gioiellino, e devo dire che sono stata MOLTO fortunata. Ad un certo punto sono incappata in un sito che vende anche libri molto vecchi e l’ho trovato! In pochi giorni ho avuto tra le mie mani “Homo domesticus” [titolo originale “Oms en serie”] di Stefan Wul. Per far capire: collana ‘I romanzi del cosmo’, costo 150 lire, data 1959, appena due anni dopo la pubblicazione del libro. Dorso abbastanza rovinato, pagine molto ingiallite… Niente, ho praticamente un libro d’epoca! Per me la bellezza.

Bene, dopo questo incipit andiamo avanti col libro in sé. La prima cosa è che fin dalla prima pagina si evince come la trama presenti parecchie differenze rispetto al film. A cominciare dal piccolo uomo protagonista, visto che la draag Tiwa lo prende semplicemente da una cucciolata della femmina umana di un vicino di casa (nel film la cosa è più tragica). Ma non cambia ad esempio il fatto che la ragazzina draag adorasse il suo Terr (‘Terribile’), né che lui assorbisse tramite la vicinanza alla sua padroncina tutto il sapere instillato nella mente di lei. O che scappa raggiungendo gli uomini selvaggi, diventandone in seguito il capo (l’Edile, titolo in uso tra i draag e da loro adottato).

Una bella differenza è che non parliamo di un Pianeta Selvaggio, ma di un Continente Selvaggio, sul quale il grande numero di uomini riesce infine a migrare grazie a delle grandi navi. Non mancano tantissime peripezie sia in mare che una volta approdati a terra, finché non prendono possesso del continente. Bisogna anche resistere ai draag, che tentano in tutti i modi la desomizzazione, senza successo. È così che si giunge ad un accordo: due razze che lavorano fianco a fianco per progredire insieme. Per evitare il ‘declino’ degli ormai troppo perfetti draag e per garantire un futuro agli uomini. “Inni di gioia draag e fieri canti di uomini venivano portati al largo sulle ali della brezza.”

Pur con le tante differenze (ormai un classico), mi ha affascinato moltissimo anche il libro. Ci ho trovato la stessa magia, lo stesso clima, lo stesso coinvolgimento nella storia che ho sentito nel film d’animazione di Laloux. Forse è stata anche una conseguenza: si tratta di un film che a livello di immagini colpisce molto, probabilmente mi ha influenzata. Ma in positivo: l’ho apprezzato tantissimo e chiaramente faccio molta attenzione al mio vecchio libro, che non si rovini ulteriormente. Comunque stiamo parlando di un capolavoro, una splendida storia degna di essere sia letta che vita. E sono molto grata al caso per avermi fatto conoscere questa meraviglia, in entrambe le sue versioni.

Le cose semplici, le più importanti: “Il palloncino rosso”

Seduta al tavolo con qualche biscotto ed una tazza di caffè per cercare di riordinare le idee, con il pc davanti ai miei quattrocchi ed il pensiero fisso su un dolcissimo corto visto ieri notte. “Il palloncino rosso”, data 1956 ad opera di Albert Lamorisse. Un film semplicissimo, dal dialogo praticamente nullo, ma è uno stile che ho iniziato ad apprezzare da tempo: la forza nelle immagini, capaci di descrivere momenti come a volte le parole non sono capaci di fare. Spunti di pensiero nascosti e non, a seconda della sensibilità della persona che guarda. Dicono sempre che “Un libro letto da un milione di persone, diventa un milione di libri diversi.” Secondo me vale anche per i film, questo ne è un grande esempio.

La trama è semplice: Pascal è un bimbo che in un giorno qualunque sta andando a scuola. La novità è che il piccolo trova per caso un palloncino di un bel rosso acceso curiosamente legato ad un lampione. Ne rimane molto colpito, così decide di prenderlo e di tenerlo con sé. Solo gli tocca affidarlo inizialmente ad un vecchio signore, visto che a scuola non può portarlo, ma un primo problema si pone quando torna a casa: la nonna infatti glielo strappa di mano e lo lancia fuori dalla finestra. È la fine? No, perché il palloncino non se ne va, anzi sembra ormai legato da un filo invisibile al piccolo Pascal. Lo segue ovunque vada, anche a scuola o in chiesa con la nonna. Non serve che il bimbo tenga la cordicella nella mano: il pallone rosso è suo, questo semplice oggetto diventa la cosa più preziosa che possegga.

Certi adulti sembrano comprenderlo: quando piove, alcuni gli permettono di tenere il palloncino sotto il loro ombrello affinché non si bagni. Quasi un modo per richiamare col sorriso un’infanzia ormai alle spalle, rivista in quel bimbo tanto attaccato al suo palloncino. Ma i problemi più grossi si presentano in breve tempo: gli altri ragazzini infatti vogliono a tutti i costi il suo palloncino rosso (invidia, bullismo, cattiveria? Versioni tutte valide). Le tentano tutte, finché una volta non riescono a portarglielo via. La situazione cambia drasticamente, visto che i ragazzi lo prendono a sassate, a fiondate, insomma vogliono bucarglierlo. Pascal lo ritrova e cerca di salvarlo ancora, tenta di scappare, ma viene ripreso e questa volta è davvero la fine: quei ragazzi riescono nel loro intento, il palloncino rosso viene distrutto.

Ma ritorna la magia: gli altri palloncini della città sanno, e si muovono subito in soccorso. Il bimbo, triste accanto al suo ‘amico’ ormai rovinato, si ritrova sommerso da un gran numero di palloncini colorati che vogliono giocare con lui. Ritorna il sorriso sul volto del piccolo Pascal, li prende tutti con sé, ma i palloncini si alzano in volo, portando il bimbo con loro in alto, sempre più in alto. È il trionfo della semplicità, della purezza, della bellezza nelle piccole cose, caratteristiche che solo nell’infanzia si riescono a trovare. L’unico periodo in cui riescono ad esprimersi limpide ed incontaminate, come Lamorisse ha voluto mostrarci con questo ‘affresco’ cinematografico.

Una piccola meraviglia dell’animazione: “Il pianeta selvaggio”

Tanto per cambiare, ieri notte non riuscivo ad addormentarmi ad un orario decente. Così ho deciso di vedermi qualcosa che avevo in lista d’attesa da tempo, una volte di più grazie ad un post visto su una pagina social cinefila poco tempo fa. “Il pianeta selvaggio” del 1973, di René Laloux. Non mi viene altra definizione se non quella di un piccolo gioiellino per quanto riguarda il genere di film d’animazione, davvero di forte impatto. Non se le mie parole renderanno l’idea, ma ci provo.

L’appunto è che secondo me non ha una colonna sonora memorabile (io però sono per il genere ‘classico’ in questo senso, quindi un po’ di parte). O forse va bene così, visto che parliamo di un differente spazio cosmico. Siamo sul pianeta Ygam, la scena si apre con una donna umana che corre (anzi, scappa) tenendo in braccio il suo bambino. Di colpo compare una mano blu gigante, che sembra voler ‘giocare’ con la donna, finché questa non muore in seguito ad un ‘incidente’. Facciamo così la conoscenza dei Draags, esseri viventi molto grandi dalla pelle blu e dagli occhi rossi.

Che ne è del piccolo? Una giovane Draag, Tiwa, decide di prendersene cura. Lo chiama Terr e diventa così il suo Om, ovvero umano domestico. Due specie viventi, i Draags (i cui maggiori sforzi sono per la conoscenza e lo sviluppo del pensiero) e gli umani, davvero molto diverse, che inevitabilmente si troveranno in grande contrasto, in lotta per la sopravvivenza stessa delle loro razze. Un aiuto arriverà dall’induttore, fonte di istruzione e conoscenza per i Draags, rubato da Terr (che ne aveva usufruito grazie a Tiwa) quando riuscirà a scappare, unendosi a coloro che vengono definiti umani selvaggi.

Assistiamo al tentativo di ‘deumanizzazione’, ovvero lo sterminio di questa specie. Ma quando gli stessi umani riescono ad approdare sul cosiddetto Pianeta Selvaggio, l’unico satellite naturale di Ygam, una casualità fa sì che l’esistenza dei Draags sia ormai in pericolo come mai prima. Ed è allora che i due popoli cessano l’opera di distruzione l’uno dell’altro ed iniziano a collaborare. Viene creato anche di un satellite artificiale chiamato Terra, dove tutti gli umani si trasferiscono.

Che dire? Mi dispiace averlo scoperto solo di recente (a 30 anni suonati!). Ma potrebbe non essere un male, nel senso che forse alla mia età riesco ad apprezzarlo molto di più. Non pretendo di avere una vastissima conoscenza della settima arte, ma certo “Il pianeta selvaggio” è qualcosa di totalmente diverso rispetto a ciò che ho visto finora. E nel mio piccolo cerco sempre di spaziare in varie direzioni per quanto riguarda film, anime, film d’animazione, cartoni animati. Uno di quei capolavori unici, DA VEDERE almeno una volta nella vita. Aggiungo che ora spero di trovare il libro da cui è tratto!

La bellezza dell’inatteso: “Prima persona singolare”

A quanto pare continuo ad avere una sorta di ‘blocco del lettore’, ma in un certo senso selettivo. Le uniche cose che riesco a leggere ultimamente sono i libri di scrittori giapponesi. E giusto perché devo risparmiare, una mia amica ha pensato di segnalarmi l’uscita di “Prima persona singolare” di Murakami Haruki. Nah scherzo, ha fatto bene. È un periodo un po’ così e leggere mi fa stare un po’ meglio, quindi non ho avuto troppi pensieri prima di recarmi in libreria.

L’ho ‘conosciuto’ tramite “Kafka sulla spiaggia”, che rimane tutt’ora il mio preferito tra i suoi libri. Ma devo dire che anche questo gli si avvicina tanto. Forse per il fatto che mi ha sorpreso molto: otto storie, episodi se vogliamo non particolarmente fondamentali nella vita di una persona. Ma è un libro che mi ha toccato parecchio proprio per questo. Essendo una persona con sempre troppi pensieri/ricordi nella testa (a volte anche inutili o insulsi, ma tant’è), mi ci sono rivista. Fin dalle prime pagine mi sono sentita io quella ‘prima persona singolare’.

Probabilmente lo scopo di Murakami Haruki era proprio questo. Che tutti riuscissimo ad immedesimarci in queste storie, a sentirle nostre personali. Sono storie che possono accadere a chiunque, quel ‘niente di eccezionale’ che le rende eccezionali, l’imprevisto che le rende uniche. Una donna con un disco in mano come fosse il suo tesoro, un componimento che diventa speciale, la lettura a voce alta di un testo ad un ragazzo appena conosciuto (oltre al fatto che “La ruota dentata” di Akutagawa diventerà una mia prossima lettura).

Molto spesso invidio la capacità di scrittura di questi veri artisti della parola. La capacità di coinvolgere in questo modo il lettore, attirandolo in una storia che diventa sua, che rimarrà dentro per sempre. Probabilmente senza conseguenze pratiche, come avviene in seguito al 90% degli episodi che accadono nella vita, ma (almeno per me) sarà certo un nuovo spunto di riflessione, un altro tassello importante di quelle ‘mille vite’ che riesce a vivere un lettore.

Delicate storie giapponesi, parte 3: “Ritratto di famiglia con tempesta”

Non molto tempo fa per TV hanno passato un film dal titolo sentito molte volte. Tra una cosa e l’altra non ero mai riuscita a vederlo, così ne ho approfittato. Mi ero già avvicinata a Kore’eda Hirokazu grazie a “Little Sister”, una storia davvero stupenda. Ho avuto poi l’occasione di vedere “Le verità” al cinema, durante una rassegna cinematografica nella mia città (sembra di parlare di secoli fa…). Non mi ha deluso nemmeno questo, “Ritratto di famiglia con tempesta”.

Non è un racconto della famiglia ideale, anzi diciamo pure che ne è ben lontano. Ma sappiamo che la ‘famiglia della Mulino Bianco’ non è mai esistita: ognuno ha le sue beghe, i problemi quotidiani da affrontare… In questo caso parliamo di una coppia separata con un figlio, ormai l’unica cosa che hanno in comune. Lui, Ryota, è un tipo inaffidabile in qualsiasi aspetto della sua vita e questo non contribuisce alla creazione di un rapporto sereno con l’ex moglie Kyoko, influenzando quindi anche la relazione con il figlio.

“La tempesta” arriva quando tutt’e tre si trovano costretti a trascorrere la notte a casa della madre di lui, che tanto vorrebbe la riappacificazione tra ex coniugi… Non una metafora, ma un vero e proprio tifone, che impedisce ai tre di tornare alle rispettive case. Qualcosa sembra cambiare, i protagonisti si parlano, cogliendo l’occasione per creare un rapporto più umano. Durerà? Il regista ci ha permesso di dare un’occhiata nelle loro vite, ma il finale resta aperto. E dico giustamente, visto che non può esistere un finale univoco in una storia così complessa.

Lui riuscirà a mettere ordine nella sua vita o sarà tutto come prima? Lei smetterà di minacciarlo di non fargli più vedere il figlio se non versa gli alimenti? Riusciranno ad avere un rapporto sano per il bene del ragazzino? Il ‘finale’ dipende dalla sensibilità di chi guarda. Una volta di più però mi ha colpito molto la capacità di Kore’eda Hirokazu di raccontare queste storie molto comuni, mostrando ogni sfumatura di questi ‘ritratti’. Storie comuni ma proprio per questo potenti, capaci sempre di far riflettere.

Delicate storie giapponesi, parte 2: “Basta un caffè per essere felici”

Incuriosita da tante recensioni che avevo letto, avevo letteralmente divorato “Finché il caffè è caldo”. Una storia dolce, semplice, di sentimenti, soprattutto di persone comuni. Con un pizzico di ‘magia’, quel qualcosa di particolare che non cambia il corso degli eventi passati o futuri, ma porta i protagonisti a riflettere sulle loro esistenze. Un percorso di crescita personale differente, unico, che mi aveva incantato.

Sono tornata (con piacere) in quella caffetteria con “Basta un caffè per essere felici”, una sorta di seguito di questo primo libro. Toshikazu Kawaguchi ci riporta su quei tavolini, ci offre nuovamente un caffè e ci invita nuovamente a riflettere con altre storie di persone che cercano aiuto. Che lo trovano, anche se in maniera completamente diversa da quello che si aspettavano. Ne sappiamo di più anche della misteriosa donna in bianco, di Kazu, della famiglia che si occupa della gestione della caffetteria.

Come sempre quando si tratta di un libro che colpisce, il viaggio è stato troppo breve. Ma certo intenso, bellissimo come la prima volta. Non si parla di soluzioni, né di una sorta di ‘bacchetta magica’ che colora tutto di rosa e cancella i guai. Una volta di più sono incontri e viaggi che fanno riflettere, che fanno scattare quella molla nella testa delle persone, qualcosa che già c’era ma di cui non ci si rendeva conto. Ma che diventa il motivo per migliorarsi e tornare a sorridere, a vivere.

Delicate storie giapponesi, parte 1: “Azami”

Ultimamente mi sono resa conto che mi affascinano tantissimo quelle che mi piace definire “le delicate storie giapponesi”. Racconti di gente comune, delle loro vite non sempre felici, ma con uno stile semplice e diretto che continua a colpirmi molto. È questo che hanno in comune due libri che ho letto recentemente, più un film che ho visto sempre in quest’ultimo periodo. Se mi riuscirà in maniera accettabile, cercherò di parlarne.

Comincio con il primo libro, che davvero mi è piaciuto come ormai pochi. Parlo di “Azami” di Aki Shimazaki, leggo il primo di una nuova pentalogia chiamata “All’ombra del cardo”. L’ho trovato citato in alcuni profili social ed ecco, questo è stato il mio primo libro del 2021. L’unico “problema” è che l’ho finito, anzi divorato in una giornata! Per poi lasciar passare un po’ di tempo e riprenderlo nuovamente in mano. La seconda impressione non è stata diversa dalla prima, anche se stavolta (tra un articolo e l’altro) ho dovuto metterci un po’ di più. Ma forse è anche stato meglio così.

Protagonisti persone tutt’altro che perfette, ma dai forti sentimenti e, anche se di breve durata, capaci di lasciare un segno per sempre. Con la frase di una ninna-nanna come filo conduttore: “Mi chiamo Azami. Sono il fiore che culla la notte.” Riusciamo a dare un’occhiata al mondo di Mitsuo, il protagonista, che vive la sua vita tranquilla tra lavoro, moglie e figli (seppur con un ‘piccolo’ problema coniugale) finché non incontra Gorō “il gentile” e la bellissima Mitsuko, compagni di scuola ben 24 anni prima. Incontri quasi casuali che hanno l’effetto di un sasso lanciato nello stagno.

Fino all’inevitabile ‘ritorno alla normalità’, che forse lascia un po’ di amaro ma che non poteva essere diversamente. Come si può definire? A me è venuto in mente una finestra improvvisamente aperta, per lasciar entrare un po’ d’aria fresca. In un certo senso per Mitsuo può essere così: una novità, un brusco cambiamento nella sua vita soprattutto con Mitsuko, per ritornare poi nel suo ruolo ma forse da persona migliore. Almeno è così che mi piace vederla. Sarà perché è una storia che mi ha coinvolto molto, raddrizzando le mie giornate in questo periodo un po’ particolare. Sta di fatto che attendo con impazienza il prossimo!

Pensieri sparsi

Ci siamo ritornati. L’avevamo evitato di un soffio, oggi ecco che anche la mia regione diventa zona rossa. Non ne usciamo più…

Da inizio 2020 faccio una fatica pazzesca a leggere. Lettrice accanita da quando ho imparato, sono a circa due, forse tre libri conclusi da gennaio. Molti altri invece sono iniziati e non riesco più ad andare avanti. Ho accanto la “Guida galattica per autostoppisti”, nella speranza di riuscire a concluderla. Vicino c’è anche “Walden” di Thoreau, anche quello iniziato e non ancora portato a termine.

Solo due dei tanti titoli che ho davanti e che non riesco a leggere. Certo poi non va molto meglio con gli articoli… A volte scrivo senza nemmeno accorgermene, da automa. Poi scorrendo le righe mi rendo conto che è pure discreto quello che metto giù. E la notte? Da anni mi ero lasciata alle spalle l’insonnia, che adesso è tornata mista ad attacchi d’ansia. All’orizzonte, ma anche proprio di fronte, nessun punto fermo…

Siamo puntini sballottati qui e là, anzi molto più spesso fermi in una zona, impossibilitati a muoverci. L’attesa, la costante attesa di qualcosa che ci faccia stare meglio… Ma cosa? È solo angoscia per la situazione attuale o c’è dell’altro? La paura come di un buio senza stelle, di una stanza dalla lampada rotta, del vuoto sotto i piedi, di un grido che nessuno può sentire. O forse solo paranoia, al pensiero di non sapere come uscirne…

Sul selciato

ancora i resti

dei coriandoli delle feste