“Le bugie del mare”, ricerca dell’equilibrio tra le ombre del tempo

Bellissimo, un po’ amaro, magico. Ho appena chiuso “Le bugie del mare” di Kaho Nashiki, il secondo libro che ho voluto leggere di questa scrittrice. Il primo è stato “Un’estate con la strega dell’Ovest”, ma devo dire che questo mi ha coinvolta molto di più. Un posto che vorrei definire quasi fantastico, per poi avere il ritorno alla realtà, una sorta di brusco risveglio. Quasi a dire che il tempo per i sogni, le credenze di una volta, il passato sembrano ormai finiti da tempo, anche se…

Akino è un giovane studioso, l’isola di Osojima è la sua meta per compiere ricerche sul campo lasciate a metà dal suo professor Saeki. Si ritrova a viaggiare tra racconti, religioni, credenze di un tempo, suggestioni legate a questi, uniti ad un paesaggio incontaminato. Il protagonista però è anche alla ricerca di un’identità, di un equilibrio mancatogli anche per i troppi lutti famigliari che si sono susseguiti. Insieme compiamo un viaggio meraviglioso, conoscendo anche gli umiuso, le bugie del mare, gli affascinanti miraggi visibili sull’orizzonte marino.

Ma… Si giunge poi all’ultimo capitolo, a quel “Cinquant’anni dopo” che lascia un po’ spiazzati. Ci sono state delle guerre, Akino si è sposato, ha due figli grandi, è ormai un uomo anziano. Il figlio Yuji però finisce a lavorare proprio lì, su quell’isola. Un segnale, assieme ad un articolo di giornale letto per caso: deve tornare, lo vuole, desidera rivederla a tutti i costi. Ma è un vero colpo al cuore: nulla è più come prima, la mano dell’uomo moderno ha lasciato pesantemente il segno su tutto ciò che un tempo era sacro, puro, incontaminato, stavolgendolo.

“Non si può fermare tutto questo?” è la domanda di un angosciato Akino, che arriva pure a chiedersi se fosse accaduto sul serio il suo viaggio compiuto in gioventù. “Era stato tutto un sogno? Forse si era trattato di una grande allucinazione?” Ma c’è anche un’altra questione che lo inquieta. “Cinquant’anni… Che cosa avevo fatto in tutto quel tempo?” Riaffiorano pensieri antichi, dolori mai dimenticati, ma ecco ricomparire le bugie del mare! Come se in quel momento, in quella ‘nuova’ isola, tutti i tasselli fossero in qualche modo andati a posto.

“Come in una mappa tridimensionale, la mia Osojima radunava le ombre del tempo in strati sovrapposti, fra passato e presente, e cominciava una nuova esistenza dentro di me.” Un ritorno rivelatosi fondamentale per la sua identità, per il suo spirito, anche per i rapporti con la sua famiglia. Un equilibrio e una calma finalmente trovati in vecchiaia, grazie a quell’isola. Decisamente un viaggio incredibile, che ti lascia un’impressione profonda.

La numero uno, la prima intervista per il mio libro

È elettrizzante vedere il proprio libro pubblicato, ma ora viene il difficile: riuscire a fare una buona pubblicità, in modo che lo conoscano e la gente lo legga (almeno qualcuno, da sconosciuta emergente sarebbe un primo passo). Difficile capire come muoversi in generale, ancora di più nel mese di agosto e con una pandemia in atto, con conseguenti restrizioni e grandi attenzioni. A piccoli passi ci stiamo provando, intanto pubblicizzando via social o attraverso comunicati, in attesa di capire se è possibile svolgere una presentazione reale vera e propria. Nel frattempo ho realizzato una piccola intervista per parlamidite.com, anche questa una novità interessante. Mi piace riportarla anche qui, come “numero uno” è un bel ricordo.

Diana Tamantini nasce a Castelfranco Veneto, in provincia di Treviso, nel 1989. Studi scientifici e umanistici alle spalle, collabora da anni con un giornale sportivo online. Scrivere poesie è uno dei suoi hobby da quando era giovanissima. Questa è la sua prima pubblicazione.
Oggi l’autrice ci parlerà un po’ di sé e del suo libro “Echi di pensieri”.

Ci vuole dire come mai è arrivata a questa pubblicazione? È stata quasi una scommessa con me stessa. Non avevo mai pensato seriamente che fosse possibile arrivare a pubblicare qualcosa di mio. Un giorno però, non saprei bene dire perché, mi sono detta “Proviamo, chiediamo un parere!” Ho spedito la mia raccolta di poesie a Kimerik, senza aspettative, e mi hanno risposto dicendo che erano interessati a pubblicarla. È partito così questo incredibile percorso.

Quando e come nasce “Echi di pensieri”? È una sorta di ‘percorso personale’ che va avanti da parecchi anni. Momenti in cui l’umore era un po’ più basso o magari ero preoccupata per qualcosa, impressioni raccolte durante una passeggiata, più raramente una sensazione lasciata da un sogno… Sentivo il bisogno di appuntare tutto questo, di trasformare in parole queste impressioni, sempre di getto ed in versi. Non saprei dire perché, sembrava la forma più naturale e ‘diretta’. Senza accorgermene ho messo insieme una bella raccolta, che è diventata “Echi di pensieri” appunto.

Ha un profilo Social? Ci vuole dare il suo Domicilio virtuale? Sì, è un modo per tenermi informata. Su Facebook ho il mio nome e cognome, così come su Twitter (@dianatamantini) ed Instagram (@diana.tamantini). Se usati bene, i social possono essere molto utili.

Sta scrivendo? Ha altri progetti letterari nel cassetto? Al momento nulla di concreto. Ogni tanto scribacchio qualcosa, metto per iscritto qualche idea, ma non c’è un progetto concreto in cantiere. Vedremo in futuro.

Riserviamo l’ultima parte dell’intervista a domande personali. Conosciamo meglio l’autore, ci racconti, di cosa si occupa? Si vuole raccontare e vuole raccontarci il suo mondo privato? Come occupazione, alcuni anni fa ho iniziato a scrivere qualche articolo per un giornale sportivo online. Nei primi tempi era quasi un gioco, poi è diventato un lavoro, per il quale sto cercando anche di prendere il tesserino. Intanto scrivo regolarmente per un altro giornale sportivo, sempre online, e spero di arrivare a collaborare anche con un giornale cartaceo. Per quanto riguarda me, sono una persona piuttosto timida e riservata, che pensa tanto, forse troppo! Spesso e volentieri ho la testa sulle nuvole. A volte la scrittura mi aiuta anche in questo senso, a liberare un po’ la mente e a ‘tornare sulla terra’.

Cosa le piace? Leggere, scrivere e guardare tanti film! Possibilmente al cinema. Ma anche entrare in una libreria ed osservare tutti i titoli esposti per semplice curiosità. Da qualche anno poi apprezzo molto le passeggiate serali, con poca gente in giro.

Cosa non le piace? Indipendentemente dalla pandemia, non mi sono mai piaciuti molto gli assembramenti. Qualche volta non sopporto gli imprevisti, gli improvvisi cambi di programma, anche se dipende dalle circostanze.

Invece nella sua vita cosa reputa fondamentale? Avere sempre un bel libro ed un bel film a portata di mano.

Il libro più bello che ha letto negli ultimi 3 anni? Fortunatamente ce ne sono stati tanti. Dico uno di quelli che ho letto più di recente, “Prima persona singolare” di Haruki Murakami.

C’è un motto, una frase o un aforisma che potrebbe caratterizzarla? Ce ne sarebbero parecchie, ma cito questa. È tratta dal film “Basta guardare il cielo”, che mi ha colpito molto. Citando: “C’è un posto dove a volte va la mia testa. È un posto fresco, dove la luce è soffusa, e io ondeggio come una nuvola. Anzi, sono una nuvola, come quelle che si vedono in cielo in un giorno di vento. Uno non deve pensare a niente, non è niente, non è nessuno.”

Ho pubblicato un libro!

Una scommessa, nient’altro che una scommessa con me stessa. Forse perché volevo provare, volevo vedere se c’era qualcosa di valore in ciò che scribacchio a mano da anni e che tenevo solo per me. Ebbene, la mia raccolta di poesie è diventata un libro, che è stato pubblicato! Ho deciso mesi fa, di colpo e senza un perché preciso, di fare questa follia, di inviare i miei scritti alla casa editrice Kimerik. Data la mia natura ottimista, sperando in un finale degno di Snoopy. E invece…

Tenere tra le mani la mia copia zero di “Echi di pensieri” penso sia stata una delle emozioni più grandi che abbia mai provato. Da bambina uno dei miei tanti sogni era diventare una scrittrice. Ma ero piccola, e col passare degli anni avevo smesso di credere che qualsiasi cosa scrivessi potesse interessare a qualcuno. Sì, lavoro da anni per un giornale online, ma anche lì… Beh, lasciamo perdere. Lo stesso pensavo quindi per i miei “extra”.

Siamo solo all’inizio, ma vedere la mia creaturina viva, il prodotto di anni che ha assunto una sua forma, è qualcosa che non sognavo davvero di vedere realizzato. Ora viene il difficile, ovvero la pubblicità, ma è già un passo incredibile per me. Continuo ad accarezzare la mia copia, a riguardarmela, chiedendomi se non sia una volta di più il frutto della mia perenne testa sulle nuvole. No, per una volta è qualcosa di reale, di concreto. Il viaggio è appena cominciato.

“Suisen”, ovvero l’amaro destino di un Narciso

Il problema dei libri di Aki Shimazaki è uno solo: si leggono tutto d’un fiato e finiscono troppo presto. Dopo un bel periodo senza riuscire a leggere, ecco che mi sono reimmersa, ancora una volta con un libro giapponese. Il terzo ‘capitolo’ della sua pentalogia dopo “Azami” e “Hōzuki”, ovvero “Suisen”. Ritorna anche in questa occasione uno dei personaggi del primo libro, ma devo dire che stavolta mi ha colpita ancora di più dei due precedenti.

Anzi, direi che delle tre storie raccontate è quella che lascia più amaro in bocca, almeno secondo il mio modestissimo parere. Protagonista è Gorō Kida, presidente di una rinomata società di importazione di liquori di prima qualità. Un uomo all’apparenza forte e sicuro di sé, dalla vita apparentemente perfetta, quella che chiunque potrebbe desiderare. Un palco, un teatro che scricchiolava da tempo… Ne avevamo avuto un primo vago assaggio in “Azami”, ne abbiamo la conferma in questo libro fin dalle primissime battute.

Un personaggio per cui almeno personalmente ho provato differenti sentimenti: disgusto per l’ipocrisia che mostra continuamente, convinto di essere sempre nel giusto. Ma sul finale devo dire che dopotutto ho provato molta pena per lui. Chiuso nella sua mentalità e nella sua linea di pensiero, non si è mai accorto di quanto succedeva intorno a lui finché non si è ritrovato faccia a faccia con i nuovi ed inevitabili sviluppi della sua vita. Capitati per mano di altri, e dei quali lui aveva sempre ignorato (o non colto?) i continui segnali, perso nel suo “mondo perfetto”.

Il finale è una durissima lezione per Gorō Kida, il Suisen, il Narciso della situazione, sempre al centro dell’attenzione, ma l’avrà imparata? Aki Shimazaki, che ci ha esposto tutti i fatti senza alcun parere, non ci fornisce una lettura univoca: potrebbe darsi di sì, ma potrebbe essere anche solo un momento effimero. O almeno questa è la mia personale conclusione. Ma bisogna nel suo passato, in una famiglia come sempre non perfetta, ma che ha condizionato la sua vita… Anche se con ritardo, bisogna finalmente ‘aggiustare’ ciò che si è rotto. Ma il ‘seguito’ dipenderà dalla sensibilità del lettore.

Insonnia, film e Wong Kar-wai, uno stile unico

Ogni tanto (spesso) osservo questo blog e mi rendo conto di essere abbastanza incostante. A mia discolpa, sono una serie di circostanze. In primis il lavoro (non capisco come mai in ogni stagione si moltiplichi a dismisura) e, nonostante la stanchezza, attacchi di incapacità di addormentarmi ad un orario decente, o addirittura di dormire. Risultato: un zombie che si aggira ovunque come un’ombra. E che sta di nuovo faticando a leggere…

Visto il ciclico problema insonnia, per evitare il nervoso mi metto a guardare film finché non sento gli occhi che bruciano. A volte faccio tranquillamente mattina… Ma è così che in questi ultimi mesi ho avuto l’occasione di scoprire anche il cinema di Wong Kar-wai e, neanche a dirlo, ad innamorarmene. “Chungking Express”, “In the Mood for Love”, “Happy Together”, “2046”, il corto “There’s Only One Sun”. Letteralmente affascinata da queste perle, dalla regia e da Tony Leung Chiu-wai.

Storie raccontate in una maniera molto diversa da quelle viste finora. Il caso che si inserisce nella routine, portando a svariati stravolgimenti nelle vite dei protagonisti… Spesso portando ad un finale diametralmente opposto al “lieto fine” delle favole: il più fedele alla realtà, e che apprezzo maggiormente. Ma sono le immagini a renderlo unico: le inquadrature, i colori, le espressioni, la fotografia… Un modo per me meraviglioso di raccontare le storie, unite a musiche sempre adatte.

Tony Leung poi, in questi film “attore-feticcio” di Wong Kar-wai, è letteralmente magistrale in ogni parte. Dal poliziotto di “Chungking Express” allo scrittore di “2046”, semplicemente mi ha colpito molto per la sua bravura. Punto a recuperarlo anche nei film con altri registri, tempo permettendo… Una volta di più, nuove perle che riescono a ravvivare la mia passione per il cinema.

“Homo domesticus”, alle origini de “Il pianeta selvaggio”

Dopo essere rimasta completamente affascinata da “Il pianeta selvaggio” mi sono messa a cercare in internet. Volevo a tutti i costi il libro da cui era stato tratto questo gioiellino, e devo dire che sono stata MOLTO fortunata. Ad un certo punto sono incappata in un sito che vende anche libri molto vecchi e l’ho trovato! In pochi giorni ho avuto tra le mie mani “Homo domesticus” [titolo originale “Oms en serie”] di Stefan Wul. Per far capire: collana ‘I romanzi del cosmo’, costo 150 lire, data 1959, appena due anni dopo la pubblicazione del libro. Dorso abbastanza rovinato, pagine molto ingiallite… Niente, ho praticamente un libro d’epoca! Per me la bellezza.

Bene, dopo questo incipit andiamo avanti col libro in sé. La prima cosa è che fin dalla prima pagina si evince come la trama presenti parecchie differenze rispetto al film. A cominciare dal piccolo uomo protagonista, visto che la draag Tiwa lo prende semplicemente da una cucciolata della femmina umana di un vicino di casa (nel film la cosa è più tragica). Ma non cambia ad esempio il fatto che la ragazzina draag adorasse il suo Terr (‘Terribile’), né che lui assorbisse tramite la vicinanza alla sua padroncina tutto il sapere instillato nella mente di lei. O che scappa raggiungendo gli uomini selvaggi, diventandone in seguito il capo (l’Edile, titolo in uso tra i draag e da loro adottato).

Una bella differenza è che non parliamo di un Pianeta Selvaggio, ma di un Continente Selvaggio, sul quale il grande numero di uomini riesce infine a migrare grazie a delle grandi navi. Non mancano tantissime peripezie sia in mare che una volta approdati a terra, finché non prendono possesso del continente. Bisogna anche resistere ai draag, che tentano in tutti i modi la desomizzazione, senza successo. È così che si giunge ad un accordo: due razze che lavorano fianco a fianco per progredire insieme. Per evitare il ‘declino’ degli ormai troppo perfetti draag e per garantire un futuro agli uomini. “Inni di gioia draag e fieri canti di uomini venivano portati al largo sulle ali della brezza.”

Pur con le tante differenze (ormai un classico), mi ha affascinato moltissimo anche il libro. Ci ho trovato la stessa magia, lo stesso clima, lo stesso coinvolgimento nella storia che ho sentito nel film d’animazione di Laloux. Forse è stata anche una conseguenza: si tratta di un film che a livello di immagini colpisce molto, probabilmente mi ha influenzata. Ma in positivo: l’ho apprezzato tantissimo e chiaramente faccio molta attenzione al mio vecchio libro, che non si rovini ulteriormente. Comunque stiamo parlando di un capolavoro, una splendida storia degna di essere sia letta che vita. E sono molto grata al caso per avermi fatto conoscere questa meraviglia, in entrambe le sue versioni.

Le cose semplici, le più importanti: “Il palloncino rosso”

Seduta al tavolo con qualche biscotto ed una tazza di caffè per cercare di riordinare le idee, con il pc davanti ai miei quattrocchi ed il pensiero fisso su un dolcissimo corto visto ieri notte. “Il palloncino rosso”, data 1956 ad opera di Albert Lamorisse. Un film semplicissimo, dal dialogo praticamente nullo, ma è uno stile che ho iniziato ad apprezzare da tempo: la forza nelle immagini, capaci di descrivere momenti come a volte le parole non sono capaci di fare. Spunti di pensiero nascosti e non, a seconda della sensibilità della persona che guarda. Dicono sempre che “Un libro letto da un milione di persone, diventa un milione di libri diversi.” Secondo me vale anche per i film, questo ne è un grande esempio.

La trama è semplice: Pascal è un bimbo che in un giorno qualunque sta andando a scuola. La novità è che il piccolo trova per caso un palloncino di un bel rosso acceso curiosamente legato ad un lampione. Ne rimane molto colpito, così decide di prenderlo e di tenerlo con sé. Solo gli tocca affidarlo inizialmente ad un vecchio signore, visto che a scuola non può portarlo, ma un primo problema si pone quando torna a casa: la nonna infatti glielo strappa di mano e lo lancia fuori dalla finestra. È la fine? No, perché il palloncino non se ne va, anzi sembra ormai legato da un filo invisibile al piccolo Pascal. Lo segue ovunque vada, anche a scuola o in chiesa con la nonna. Non serve che il bimbo tenga la cordicella nella mano: il pallone rosso è suo, questo semplice oggetto diventa la cosa più preziosa che possegga.

Certi adulti sembrano comprenderlo: quando piove, alcuni gli permettono di tenere il palloncino sotto il loro ombrello affinché non si bagni. Quasi un modo per richiamare col sorriso un’infanzia ormai alle spalle, rivista in quel bimbo tanto attaccato al suo palloncino. Ma i problemi più grossi si presentano in breve tempo: gli altri ragazzini infatti vogliono a tutti i costi il suo palloncino rosso (invidia, bullismo, cattiveria? Versioni tutte valide). Le tentano tutte, finché una volta non riescono a portarglielo via. La situazione cambia drasticamente, visto che i ragazzi lo prendono a sassate, a fiondate, insomma vogliono bucarglierlo. Pascal lo ritrova e cerca di salvarlo ancora, tenta di scappare, ma viene ripreso e questa volta è davvero la fine: quei ragazzi riescono nel loro intento, il palloncino rosso viene distrutto.

Ma ritorna la magia: gli altri palloncini della città sanno, e si muovono subito in soccorso. Il bimbo, triste accanto al suo ‘amico’ ormai rovinato, si ritrova sommerso da un gran numero di palloncini colorati che vogliono giocare con lui. Ritorna il sorriso sul volto del piccolo Pascal, li prende tutti con sé, ma i palloncini si alzano in volo, portando il bimbo con loro in alto, sempre più in alto. È il trionfo della semplicità, della purezza, della bellezza nelle piccole cose, caratteristiche che solo nell’infanzia si riescono a trovare. L’unico periodo in cui riescono ad esprimersi limpide ed incontaminate, come Lamorisse ha voluto mostrarci con questo ‘affresco’ cinematografico.

Una piccola meraviglia dell’animazione: “Il pianeta selvaggio”

Tanto per cambiare, ieri notte non riuscivo ad addormentarmi ad un orario decente. Così ho deciso di vedermi qualcosa che avevo in lista d’attesa da tempo, una volte di più grazie ad un post visto su una pagina social cinefila poco tempo fa. “Il pianeta selvaggio” del 1973, di René Laloux. Non mi viene altra definizione se non quella di un piccolo gioiellino per quanto riguarda il genere di film d’animazione, davvero di forte impatto. Non se le mie parole renderanno l’idea, ma ci provo.

L’appunto è che secondo me non ha una colonna sonora memorabile (io però sono per il genere ‘classico’ in questo senso, quindi un po’ di parte). O forse va bene così, visto che parliamo di un differente spazio cosmico. Siamo sul pianeta Ygam, la scena si apre con una donna umana che corre (anzi, scappa) tenendo in braccio il suo bambino. Di colpo compare una mano blu gigante, che sembra voler ‘giocare’ con la donna, finché questa non muore in seguito ad un ‘incidente’. Facciamo così la conoscenza dei Draags, esseri viventi molto grandi dalla pelle blu e dagli occhi rossi.

Che ne è del piccolo? Una giovane Draag, Tiwa, decide di prendersene cura. Lo chiama Terr e diventa così il suo Om, ovvero umano domestico. Due specie viventi, i Draags (i cui maggiori sforzi sono per la conoscenza e lo sviluppo del pensiero) e gli umani, davvero molto diverse, che inevitabilmente si troveranno in grande contrasto, in lotta per la sopravvivenza stessa delle loro razze. Un aiuto arriverà dall’induttore, fonte di istruzione e conoscenza per i Draags, rubato da Terr (che ne aveva usufruito grazie a Tiwa) quando riuscirà a scappare, unendosi a coloro che vengono definiti umani selvaggi.

Assistiamo al tentativo di ‘deumanizzazione’, ovvero lo sterminio di questa specie. Ma quando gli stessi umani riescono ad approdare sul cosiddetto Pianeta Selvaggio, l’unico satellite naturale di Ygam, una casualità fa sì che l’esistenza dei Draags sia ormai in pericolo come mai prima. Ed è allora che i due popoli cessano l’opera di distruzione l’uno dell’altro ed iniziano a collaborare. Viene creato anche di un satellite artificiale chiamato Terra, dove tutti gli umani si trasferiscono.

Che dire? Mi dispiace averlo scoperto solo di recente (a 30 anni suonati!). Ma potrebbe non essere un male, nel senso che forse alla mia età riesco ad apprezzarlo molto di più. Non pretendo di avere una vastissima conoscenza della settima arte, ma certo “Il pianeta selvaggio” è qualcosa di totalmente diverso rispetto a ciò che ho visto finora. E nel mio piccolo cerco sempre di spaziare in varie direzioni per quanto riguarda film, anime, film d’animazione, cartoni animati. Uno di quei capolavori unici, DA VEDERE almeno una volta nella vita. Aggiungo che ora spero di trovare il libro da cui è tratto!

La bellezza dell’inatteso: “Prima persona singolare”

A quanto pare continuo ad avere una sorta di ‘blocco del lettore’, ma in un certo senso selettivo. Le uniche cose che riesco a leggere ultimamente sono i libri di scrittori giapponesi. E giusto perché devo risparmiare, una mia amica ha pensato di segnalarmi l’uscita di “Prima persona singolare” di Murakami Haruki. Nah scherzo, ha fatto bene. È un periodo un po’ così e leggere mi fa stare un po’ meglio, quindi non ho avuto troppi pensieri prima di recarmi in libreria.

L’ho ‘conosciuto’ tramite “Kafka sulla spiaggia”, che rimane tutt’ora il mio preferito tra i suoi libri. Ma devo dire che anche questo gli si avvicina tanto. Forse per il fatto che mi ha sorpreso molto: otto storie, episodi se vogliamo non particolarmente fondamentali nella vita di una persona. Ma è un libro che mi ha toccato parecchio proprio per questo. Essendo una persona con sempre troppi pensieri/ricordi nella testa (a volte anche inutili o insulsi, ma tant’è), mi ci sono rivista. Fin dalle prime pagine mi sono sentita io quella ‘prima persona singolare’.

Probabilmente lo scopo di Murakami Haruki era proprio questo. Che tutti riuscissimo ad immedesimarci in queste storie, a sentirle nostre personali. Sono storie che possono accadere a chiunque, quel ‘niente di eccezionale’ che le rende eccezionali, l’imprevisto che le rende uniche. Una donna con un disco in mano come fosse il suo tesoro, un componimento che diventa speciale, la lettura a voce alta di un testo ad un ragazzo appena conosciuto (oltre al fatto che “La ruota dentata” di Akutagawa diventerà una mia prossima lettura).

Molto spesso invidio la capacità di scrittura di questi veri artisti della parola. La capacità di coinvolgere in questo modo il lettore, attirandolo in una storia che diventa sua, che rimarrà dentro per sempre. Probabilmente senza conseguenze pratiche, come avviene in seguito al 90% degli episodi che accadono nella vita, ma (almeno per me) sarà certo un nuovo spunto di riflessione, un altro tassello importante di quelle ‘mille vite’ che riesce a vivere un lettore.

Delicate storie giapponesi, parte 3: “Ritratto di famiglia con tempesta”

Non molto tempo fa per TV hanno passato un film dal titolo sentito molte volte. Tra una cosa e l’altra non ero mai riuscita a vederlo, così ne ho approfittato. Mi ero già avvicinata a Kore’eda Hirokazu grazie a “Little Sister”, una storia davvero stupenda. Ho avuto poi l’occasione di vedere “Le verità” al cinema, durante una rassegna cinematografica nella mia città (sembra di parlare di secoli fa…). Non mi ha deluso nemmeno questo, “Ritratto di famiglia con tempesta”.

Non è un racconto della famiglia ideale, anzi diciamo pure che ne è ben lontano. Ma sappiamo che la ‘famiglia della Mulino Bianco’ non è mai esistita: ognuno ha le sue beghe, i problemi quotidiani da affrontare… In questo caso parliamo di una coppia separata con un figlio, ormai l’unica cosa che hanno in comune. Lui, Ryota, è un tipo inaffidabile in qualsiasi aspetto della sua vita e questo non contribuisce alla creazione di un rapporto sereno con l’ex moglie Kyoko, influenzando quindi anche la relazione con il figlio.

“La tempesta” arriva quando tutt’e tre si trovano costretti a trascorrere la notte a casa della madre di lui, che tanto vorrebbe la riappacificazione tra ex coniugi… Non una metafora, ma un vero e proprio tifone, che impedisce ai tre di tornare alle rispettive case. Qualcosa sembra cambiare, i protagonisti si parlano, cogliendo l’occasione per creare un rapporto più umano. Durerà? Il regista ci ha permesso di dare un’occhiata nelle loro vite, ma il finale resta aperto. E dico giustamente, visto che non può esistere un finale univoco in una storia così complessa.

Lui riuscirà a mettere ordine nella sua vita o sarà tutto come prima? Lei smetterà di minacciarlo di non fargli più vedere il figlio se non versa gli alimenti? Riusciranno ad avere un rapporto sano per il bene del ragazzino? Il ‘finale’ dipende dalla sensibilità di chi guarda. Una volta di più però mi ha colpito molto la capacità di Kore’eda Hirokazu di raccontare queste storie molto comuni, mostrando ogni sfumatura di questi ‘ritratti’. Storie comuni ma proprio per questo potenti, capaci sempre di far riflettere.