“La ragazza delle arance”: la semplicità ed il ricordo

la ragazza delle arance

Il rammarico di un padre purtroppo gravemente malato che non può veder crescere il figlio, né quindi potrà mai arrivare a farci due chiacchiere da uomo a uomo. Decide quindi di pensare ad un metodo alternativo per parlargli nonostante tutto, per raggiungere la versione del figlio che non arriverà a vedere. E decide di farlo attraverso la storia più bella che gli sia capitata nella vita, ovvero “La ragazza delle arance”. Un libro di Jostein Gaarder che merita di essere letto e che a me particolarmente ha toccato molto. In un certo senso ho invidiato la prima persona del racconto…

La trama

Una storia iniziata un giorno per caso in un tram: l’allora giovane protagonista e lei, un’altrettanto giovane ragazza con questo grosso sacchetto di arance in braccio. Una mossa maldestra di lui e succede un disastro, ma è solo una sorta di punto di partenza. Qualcosa li ha colpiti nel profondo: si osservano, si cercano, si ritrovano, seguendo quello che diventerà sempre più il loro punto d’incontro, le arance. Una storia semplice ed intensa, una favola purtroppo non destinata a durare in eterno, ma che non dev’essere dimenticata. Il genitore si sente prossimo alla partenza senza ritorno e si apre completamente con la versione futura del figlio, gli racconta ogni dettaglio, ogni pensiero su questa “ragazza delle arance” che gli ha catturato il cuore. Ed il giovane darà vita ad una storia a quattro mani: il racconto del padre ormai scomparso intervallato dai suoi pensieri, due esseri umani che riescono così a ‘parlarsi’ a distanza di 11 anni. Uniti per la prima volta, nonostante la distanza incolmabile, nel ricordo di una storia d’amore tanto semplice quanto intensa ed irripetibile.

Come si fa a non dimenticare?

Con parole semplici e frasi brevi, Jostein Gaarder ha creato una favola moderna, di una dolcezza disarmante. L’importanza della memoria, un’eredità importante tramandata ad un figlio, un insegnamento postumo, un piccolo contributo in una crescita in cui purtroppo è mancato un perno importante, che non potrà mai essere ritrovato. Ho detto all’inizio che invidiavo il protagonista, c’è un motivo. Quando avevo 10 anni sono rimasta senza madre, vittima anche lei di una grave malattia che aveva già fatto capolino molto tempo prima, per poi ripresentarsi ancora più crudelmente. Il finale l’ho già anticipato. Il punto è che, nonostante non fossi così piccola di età, di testa lo ero davvero. E solo molto tempo dopo ho iniziato a domandarmi chi era davvero lei, qual era il suo punto di vista, se almeno lei mi avrebbe mai capito. E avrei voluto davvero che mi avesse lasciato un scritto, qualcosa di ben più personale degli appunti scribacchiati sulle agende che teneva nel cassetto. In un certo senso, provare a parlarle, anche se a posteriori. Il ragazzino de “La ragazza delle arance” questa fortuna l’ha avuta: un punto saldo, una parte del passato per guardare ad un futuro effimero, ma tutto ancora da scrivere.

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