Delicate storie giapponesi, parte 2: “Basta un caffè per essere felici”

Incuriosita da tante recensioni che avevo letto, avevo letteralmente divorato “Finché il caffè è caldo”. Una storia dolce, semplice, di sentimenti, soprattutto di persone comuni. Con un pizzico di ‘magia’, quel qualcosa di particolare che non cambia il corso degli eventi passati o futuri, ma porta i protagonisti a riflettere sulle loro esistenze. Un percorso di crescita personale differente, unico, che mi aveva incantato.

Sono tornata (con piacere) in quella caffetteria con “Basta un caffè per essere felici”, una sorta di seguito di questo primo libro. Toshikazu Kawaguchi ci riporta su quei tavolini, ci offre nuovamente un caffè e ci invita nuovamente a riflettere con altre storie di persone che cercano aiuto. Che lo trovano, anche se in maniera completamente diversa da quello che si aspettavano. Ne sappiamo di più anche della misteriosa donna in bianco, di Kazu, della famiglia che si occupa della gestione della caffetteria.

Come sempre quando si tratta di un libro che colpisce, il viaggio è stato troppo breve. Ma certo intenso, bellissimo come la prima volta. Non si parla di soluzioni, né di una sorta di ‘bacchetta magica’ che colora tutto di rosa e cancella i guai. Una volta di più sono incontri e viaggi che fanno riflettere, che fanno scattare quella molla nella testa delle persone, qualcosa che già c’era ma di cui non ci si rendeva conto. Ma che diventa il motivo per migliorarsi e tornare a sorridere, a vivere.

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